Una storia dal Rojava
- 2 giorni fa
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di Klara

Queste brevi righe, tratte dal diario di una giovane internazionalista in Rojava, raccontano i primi momenti dell’avanzata dell’HTS e dello Stato Islamico verso la DAANES (Amministrazione Autonoma e Democratica della Siria del Nord e dell’Est).
Nel gennaio 2026, dopo intensi attacchi contro la popolazione dei quartieri di Sheikh Masqsoud e Asrafiye ad Aleppo, le milizie jihadiste del governo hanno diretto i loro attacchi contro l’intero Rojava. Nonostante l’accordo tra le forze del governo di transizione siriano e le SDF affinché le strutture militari della DAANES si trasferissero fuori dalle zone a maggioranza araba di Deir ez-Zor, Tabqa e Raqqa, il 18 gennaio 2026 le milizie jihadiste hanno attaccato l’intera popolazione civile e le strutture militari mentre evacuavano la zona.
Migliaia di civili sono stati massacrati, migliaia sono stati rapiti e migliaia risultano ancora dispersi. Quella stessa notte, il 18 gennaio, centinaia di giovani si sono uniti ai convogli diretti verso l’area di Hesekê, per fermare l’avanzata jihadista e difendere la propria terra e il proprio popolo.
18 gennaio 2026
Io e un altro compagno tedesco siamo in viaggio in auto verso Hesekê. È notte e si respira tensione nell’aria. Il nemico è avanzato fino alla periferia della città e ci siamo messi in cammino per raggiungere le strutture mediche. Poche auto viaggiano nella nostra stessa direzione. Incontriamo rifugiati provenienti da Tabqa, Raqqa e famiglie di Afrin in fuga dalle bande che si stanno avvicinando. Analizziamo la situazione, ci scambiamo conoscenze mediche e cerchiamo di allentare un po’ la tensione. È come se ci stessimo addentrando in una tempesta in arrivo, ma emozione e tensione si alternano. Gli attacchi, i massacri, la preoccupazione per come staranno le nostre amiche e amici nelle zone colpite... tutto questo si intreccia con una sfida profondamente radicata, con il rifiuto di cedere un solo metro in più di questa rivoluzione a queste bande. Nella mia testa c’è una voce che continua a ripetere: «Basta così. Costi quel che costi, dobbiamo fare tutto il possibile per fermarli».
Le nostre conversazioni ruotano attorno a questioni mediche e alla nostra difesa: che cosa possiamo aspettarci? A che cosa dobbiamo prestare particolare attenzione? Quando arriviamo alla clinica c’è grande agitazione. Le persone ferite che sono state operate e si trovano in condizioni stabili sono state trasferite in altre città, e le ambulanze sfrecciano senza sosta. Le nostre compagne ci accolgono calorosamente e, poco dopo, anche noi diamo una mano a caricare le compagne ferite sulle ambulanze. Il luogo in cui ci troviamo è vicino alla linea del fronte, quindi cerchiamo di mantenere qui il minor numero possibile di compagne. Molte di loro hanno subito imboscate durante la ritirata da Şedadê e Deir ez-Zor. Le auto continuano ad arrivare e aiutiamo come possiamo.
Dopo alcune ore la situazione si calma e possiamo far visita ad amiche delle unità militari. Alcune le conosciamo, altre le vediamo per la prima volta. Ci sediamo con compagne delle YPJ, beviamo tè e ci emozioniamo per gli incontri che questa rivoluzione rende possibili. Noi, due internazionalisti provenienti dalla Germania, siamo seduti attorno a una stufa con compagne arabe, assire, armene e curde provenienti da tutte le regioni del Rojava. Si fa sempre più tardi e si alternano minuti di conversazione, sguardi alle notizie e turni di guardia sul tetto. Si attende con trepidazione ciò che porteranno le prossime ore. Dopo un po’, la necessità di dormire prende il sopravvento. Chiudo gli occhi per circa due ore.
In piedi, sul tetto della clinica, osservo l’alba. Lascio che il mio sguardo si perda all’orizzonte, attento a ogni movimento sospetto, immersa nei miei pensieri. Sono venuta in Rojava perché considero il suo autogoverno, la sua ideologia della liberazione delle donne e la coesistenza di tanti popoli un esempio per il mondo intero. Per me, il Rojava è un luogo in cui la speranza risplende, come i primi raggi di sole dopo la pioggia, che attraversano le nuvole. Gli attacchi attuali sono un attacco alla speranza.
Da lontano sento il rombo degli aerei da combattimento che sorvolano la zona. Sono aerei della coalizione che sorvegliano il trasferimento dei combattenti dello Stato Islamico1. Forse affinché possano essere imprigionati altrove, forse affinché gli Stati Uniti possano tornare a formare un esercito mercenario di islamisti... chi può saperlo davvero? Stringo i pugni e guardo con rabbia gli aerei che sorvolano la zona. Il mio amico, accanto a me, ride e mi dà una pacca sulla spalla. «Dev ji wan berde», che significa qualcosa come «Non preoccuparti di loro». Annuisco e lui continua: «Nessuno ci darà la nostra libertà, possiamo contare solo su noi stessi. Sulla nostra forza, su quella della società e sulle nostre convinzioni».
Sorridendo, ci guardiamo attorno. Passano veicoli blindati delle YPG e delle YPJ, con canzoni rivoluzionarie diffuse a tutto volume dagli altoparlanti, e il vento ci porta quei suoni. Sui tetti circostanti, molte altre compagne e compagni sono di guardia, proprio come noi. Allerta, determinati e pronti.
Sono passate già alcune settimane, e la vita nella città torna lentamente alla normalità. Ora che è stato firmato l’accordo di integrazione2, tutti cercano di capire cosa significherà questo nella pratica, come possiamo difendere ciò che abbiamo conquistato con la rivoluzione e garantire che la trasformazione della società continui. Gli attacchi avevano l’obiettivo di mettere i popoli del Rojava e della Siria gli uni contro gli altri: la resistenza qui, in tutto il Kurdistan e in tutto il mondo, ci ha dato l’opportunità di fermare, per il momento, lo spargimento di sangue.
Nelle ultime settimane ho avuto l’opportunità di conoscere molte persone diverse. Insieme abbiamo lottato, pianto, riso e sognato. Le amicizie forgiate in tempi e circostanze come queste avranno sempre un significato speciale. Durante queste settimane, in cui abbiamo condiviso esperienze tanto difficili quanto gioiose, mi è diventata chiara anche una cosa: non importa quali attacchi e ostacoli ci attendano ancora; se viviamo e lottiamo con speranza e determinazione, potremo creare qualcosa di meraviglioso in qualsiasi circostanza.
[1] Alla fine di gennaio 2026, un accordo è stato raggiunto tra gli USA e il governo di transizione siriano per il trasferimento di migliaia di combattenti dell’ISIS dalle prigioni siriane a quelle irachene. Ciò è avvenuto tramite la cosiddetta “Coalizione Globale Contro Daesh”.
[2] Un accordo è stato raggiunto alla fine di gennaio, tra le Forze Democratiche Siriane ed il Governo di Transizione Siriano. L’accordo stabilisce un immediato cessate il fuoco e l’integrazione graduale delle strutture militari, civili e amministrative dell’Amministrazione Autonoma nello Stato.



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