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Perché la bandiera dell’ISIS sventola di nuovo sopra Raqqa?

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Di Marcos Padilla


Negli ultimi giorni, è girato molto sui social il video di una bandiera dell’ISIS che sventola sulla città di Raqqa. Forse anche tu l’hai visto, e potresti aver pensato che fosse un video del 2016, quando l’ISIS controllava ancora la città, usandola come capitale del suo califfato. Ma il video è stato girato all’inizio di quest’anno, nel 2026. Perché tutto ciò accade? L’ISIS non era stato sconfitto? Significa che è tornato? Per chi teme la possibilità di una riemersione dell’ISIS e desidera comprendere cosa sta succedendo, questo articolo tenterà di spiegare la situazione senza presupporre alcuna conoscenza pregressa sull’argomento.


Che cos’è il Rojava?


La regione conosciuta come Rojava (“ovest” in curdo) è la parte del Kurdistan (la terra in cui vivono i curdi, un antico popolo arianico del Medio Oriente, autoctono della regione), attualmente occupata dallo stato siriano. Il resto del Kurdistan è diviso tra Turchia, Iraq e Iran. Ciò rende il Kurdistan una regione di incredibile importanza geopolitica in Medio Oriente e un luogo di conflitto costante tra le diverse potenze locali e internazionali. Durante i domìni dei vari regimi sul paese, il popolo curdo ha subito discriminazioni e violenze di diversi tipi, mai considerati come veri e propri cittadini siriani. Infatti, dal 1962 al 2011 non venivano nemmeno rilasciati loro i certificati di nascita, di fatto rendendoli “stranieri” o “non registrati” agli occhi dello stato. Questo è soltanto un esempio della discriminazione e della violenza che le persone curde hanno dovuto affrontare per anni.


Durante la “Primavera Araba” che travolse il Medio Oriente nel 2011 (sarebbe più accurato chiamarla “Primavera dei Popoli”, dal momento che diversi popoli vi presero parte), il popolo in Siria si rivoltò contro il regime dell’allora dittatore Bashar al-Assad. Inizialmente, vi erano tra di loro diverse formazioni democratiche e perfino “di sinistra”. Ma diverse potenze internazionali, come la Gran Bretagna, stavano pianificando di rimodellare gli equilibri di potere in Medio Oriente in proprio favore. Ciò includeva deporre il regime di al-Assad, rimpiazzandolo con un governo più compiacente agli interessi dell’Occidente (come già avevano fatto in quel periodo nella maggior parte degli altri paesi). Supportarono perciò diverse fazioni di gruppi islamisti radicali, con cui l’Occidente da lungo tempo coltivava rapporti, al fine di contrastare l’influenza sovietica in Medio Oriente. Altre potenze regionali, come Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Pakistan diedero supporto a diverse fazioni, allineandosi con l’Occidente, ma a volte perseguendo i propri interessi in opposizione agli altri.


Grazie a questo supporto, i gruppi islamisti finirono per monopolizzare la cosidetta “opposizione siriana”. Inizialmente il regime si mostrò molto debole, e molti predissero che sarebbe presto caduto. Ma la Russia lo vide come un alleato contro la crescente influenza dell’Occidente in Medio Oriente, così nel 2015 lo supportò e gli permise di rimanere al potere. Allo stesso tempo, l’opposizione veniva armata e addestrata da potenze esterne, per cui non venne immediatamente sconfitta. La conseguenza fu che il paese fu coivolto in una sanguinosa guerra civile che durò anni, e che creò una delle più grandi crisi umanitarie dei tempi moderni.

L’eccezione a ciò fu la regione curda del Rojava. Dagli anni ‘80, il popolo curdo in Rojava era stato organizzato dal PKK. Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) era un partito politico curdo creato in Bakur (parte del Kurdistan occupato dalla Turchia) nel 1978 da Abdullah Öcalan e da altri militanti curdi e turchi con l’intenzione di perseguire la liberazione del Kurdistan. Pur nascendo come organizzazione marxista-leninista che mirava alla liberazione nazionale attraverso la guerriglia, dagli anni ‘90 iniziò, lentamente, a cambiare la propria ideologia, adottando una forma di socialismo conosciuta come “Confederalismo Democratico”. Questo modello non intende né creare uno stato-nazione separato né distruggere quelli esistenti, ma invece organizzare la società al di fuori di questo, su ogni livello, per raggiungere diritti e richieste in maniera pacifica, difendendosi solamente in caso di attacco. I suoi pilastri principali sono una democrazia comunale e radicale, la liberazione delle donne e un’industria ecologica e comunale. Il PKK e la sua ideologia hanno avuto grande influenza e supporto in Rojava, con il lavoro di organizzazione di diversi comitati clandestini e unità di auto-difesa portato avanti almeno dal 2004 da parte del PYD, un partito curdo creato in Rojava con la medesima ideologia del PKK. Così, quando la rivolta in Siria iniziò, e le forze del regime furono indebolite, il popolo curdo colse l’opportunità e dichiarò la sua propria “autonomia” dallo stato, non separandosene completamente, ma creando strutture di autogoverno e di autodifesa basandosi sulla loro ideologia. Questo processo è ciò che chiamiamo la Rivoluzione del Rojava. La sua auto-amministrazione politica divenne poi conosciuta come AANES (più tardi come DAANES, o Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell'Est), che comprendeva non solo la regione del Rojava ma anche le regioni a maggioranza araba che vennero incorporate in seguito nell'amministrazione. Pur affrontando ancora guerra ed isolamento, la regione dell’AANES ha potuto godere di relativa pace e stabilità per tutte le etnie e religioni che vivevano all’interno di essa, attraverso il suo sistema di organizzazione politica confederale e pluralistico. Inoltre le donne per la prima volta poterono assicurarsi i propri diritti e furono in grado di partecipare alla vita sociale e politica a un livello che a volte sorpassava quello dell'Occidente. Raggiunsero questi risultati conducendo la lotta in ogni aspetto della rivoluzione, da quello militare a quello ideologico. La creazione dell'unità militare delle YPJ, interamente composta e condotta da donne, comparse ovunque sulle prime pagine. Ciò rese la rivoluzione conosciuta in tutto il mondo come la prima "Rivoluzione delle Donne".


Cosa c'entra con l’ISIS?


L’altro fatto principale per il quale il Rojava è conosciuto è l’essere uno dei principali atttori responsabili per la sconfitta dell’ISIS. Sebbene l’origine dell’ISIS sia oggetto di discussione, è evidente come sia stato un progetto creato da diverse potenze statali e agenzie di intelligence per tutelare i loro interessi in Medio Oriente. Tra questi, probabilmente, c’erano il Regno Unito, la Turchia, il Qatar, l'Arabia Saudita e il Pakistan. Il gruppo si organizzò ufficialmente in Iraq a partire dai resti dell'esercito nazionale. Ma gran parte della sua leadership era composta da agenti che erano stati addestrati e preparati dall'Occidente per anni. In seguito, combattenti provenienti da tutto il mondo furono reclutati tramite Internet e una complessa rete internazionale di organizzazioni islamiste. Successivamente furono introdotti clandestinamente nella regione con l'aiuto di paesi come la Turchia, addestrati rapidamente dal punto di vista militare e ideologico in campi speciali, armati con armi pesanti e forniti di diverse droghe come il Captagon per trasformarli in combattenti spietati e privi di emozioni. E ogni loro attacco era accompagnato da una campagna mediatica altamente sofisticata sulle reti digitali per diffondere propaganda per il reclutamento e instillare paura ovunque andassero. Tutto questo è stato un'operazione altamente professionale e organizzata che non avrebbe potuto avvenire senza anni di preparazione e il sostegno di diverse potenze statali.


Di conseguenza, quando l’ISIS arrivò in Siria nel 2014 si espanse rapidamente, senza che ci fosse alcuna forza con la capacità o la volontà di opporsi. Crearono la capitale del loro califfato a Raqqa (il luogo in cui è stato girato il video). Ma poi, pur avendo la possibilità di avanzare verso Damasco e prendere la capitale del paese senza praticamente alcuna opposizione, cambiarono improvvisamente direzione, attaccando le aree curde. Ciò è probabilmente una conseguenza dell’influenza della Turchia. La Turchia era storicamente ostile al movimento di liberazione curdo e vedeva la Rivoluzione del Rojava come una grande minaccia. Temeva che potesse diffondersi oltre il confine e ispirare anche il popolo curdo anche in Turchia.


Molti temevano che la giovane rivoluzione del Rojava, circondata ovunque sia dall'ISIS che dalla Turchia e con scarso supporto esterno, sarebbe stata rapidamente schiacciata. E infatti l'ISIS invase velocemente le campagne come una nube nera. Ma nella battaglia di Kobanê (una piccola città curda in Rojava) le forze curde opposero una fiera resistenza, combattendo strada per strada e casa per casa in un assedio che durò 6 mesi. E dopo grandi sacrifici, il 27 gennaio 2015 la città di Kobanê fu finalmente liberata. Così i curdi inflissero la prima significativa sconfitta a ISIS.

A quel punto gli Stati Uniti, che fino ad allora erano soprattutto rimasti in disparte osservando chi avrebbe vinto, vennero improvvisamente in aiuto dei curdi e iniziarono a offrire supporto aereo. Temevano, presumibilmente, che avrebbero perso la loro influenza nella regione, se non fossero intervenuti. E a quel punto era ormai chiaro che alcune fazioni interne all'ISIS stavano sfuggendo al controllo dell'Occidente e avevano iniziato a perseguire gli interessi indipendenti di potenze regionali come Turchia, Qatar e Pakistan. Così nacque la “Coalizione internazionale” per combattere l’ISIS, e gli USA strinsero una precaria alleanza tattica col neonato progetto a guida curda.


Quand’è iniziato l’attuale conflitto?


Ora passando al 2024, l'ISIS è stato sostanzialmente sconfitto dalle SDF (la forza militare multietnica creata grazie all'espansione della rivoluzione del Rojava oltre i suoi confini iniziali e nelle regioni a maggioranza araba) e i suoi principali quadri sopravvissuti sono stati imprigionati. In quel periodo c'era un delicato equilibrio tra le diverse forze presenti in Siria: il regime di al-Assad da una parte, le diverse fazioni dell'"Opposizione Siriana" dall'altra, e le SDF come una terza alternativa che rifiutava di venire coinvolta in questa guerra sanguinaria ma che perseguiva il proprio progetto. E ciascuna forza aveva diverse potenze internazionali in proprio supporto che mantenevano questo equilibrio.


Ma allo stesso tempo stanno accadendo diverse cose nel mondo e nella regione che stanno rapidamente cambiando gli equilibri di potere: in primo luogo, la guerra in Ucraina ha assorbito gran parte dell'attenzione e delle risorse della Russia. In secondo luogo, l'offensiva del 7 ottobre da parte di Hamas e la risposta devastante dello Stato di Israele hanno indebolito e spaventato molti degli altri alleati dello stato siriano, come Hezbollah. Infine, l'amministrazione Trump, meno interessata a continuare la guerra in Ucraina, è tornata al potere negli Stati Uniti. Questi tre fattori hanno infine rotto l'equilibrio su cui si basava lo status quo in Siria. È stato quindi raggiunto un accordo tra la NATO (ovvero Stati Uniti e Gran Bretagna) e la Russia, in cui presumibilmente gli Stati Uniti hanno accettato di ridurre il loro sostegno all'Ucraina in cambio del ritiro del sostegno russo al regime di al-Assad. Una volta fatto questo, alla fine del 2024, tutte le milizie dell'opposizione vengono mobilitate contro il regime e, grazie alla collaborazione di elementi all'interno del regime che molto probabilmente lo avevano infiltrato per anni, il governo cade in poche settimane quasi senza combattere, dopo più di un decennio di guerra civile.


E chi è stato scelto per sostituirlo? Ahmed al-Sharaa, precedentemente noto come al-Jolani, ex leader islamista sunnita di Al Qaeda, che negli ultimi anni aveva moderato la sua retorica. Questo fa probabilmente parte della strategia dell'Occidente dopo l'11 settembre, con cui si è cercato di sostituire gli agenti islamisti radicali e promuovere un'alternativa di “Islam moderato”. Che in pratica è solo cambiare marchio alla stessa ideologia. E al-Sharaa è solo una delle figure che ha accettato di collaborare con loro e che, di conseguenza, è stata addestrata e preparata per prendere il posto di al-Assad. Questo è il motivo per cui la transizione dopo la sua ascesa al potere è stata così agevole: ha assunto un aspetto moderno e ha attratto l'Occidente con la sua retorica, mentre integrava molte fazioni islamiste nel suo regime.


Dopo questi eventi, è seguito un periodo di “negoziati” tra il nuovo “governo di transizione” autoproclamato a Damasco e la DAANES/le SDF. Queste ultime volevano integrarsi nella nuova amministrazione mantenendo la propria autonomia per perseguire il proprio progetto politico e sociale, proponendolo di fatto come esempio in cui popoli e religioni diverse possono convivere in una nuova Siria decentralizzata e pluralistica. Il primo cercava invece di imporre uno Stato arabo centralista che seguisse la sua ideologia islamista. Quindi, come si può immaginare, i negoziati furono difficili. E nel frattempo si verificarono diversi massacri contro altre minoranze in Siria, come i drusi e gli alawiti. In pratica, Damasco voleva neutralizzare altri possibili ostacoli al suo regime centralista, mentre si preparava a trattare con le SDF. Nonostante ciò, il 10 marzo 2025 è stato raggiunto un accordo tra le due parti con la mediazione degli Stati Uniti. Ma dietro le quinte c'erano molte forze che lavoravano per minare qualsiasi tentativo di proteggere i risultati ottenuti dai curdi e dalla DAANES.


Alla fine dello scorso anno, il 2025, i negoziati sono definitivamente falliti. Damasco non ha più rispettato l'accordo precedente e ha deciso di attaccare le regioni della DAANES. Attraverso la stampa e i media ha dato grande risalto ai rapidi successi ottenuti, passando di villaggio in villaggio e commettendo massacri contro la popolazione civile, donne e bambini. Ha anche attivato alcune tribù arabe, che erano state organizzate negli ultimi anni con l'aiuto della Turchia, per attaccare i loro vicini nelle zone curde. Ha capitalizzato gli interessi politici ed economici delle élite arabe, il loro rifiuto dell'ideologia della liberazione della donna e le tendenze nazionaliste che non hanno mai accettato l'amministrazione democratica della coesistenza promossa dalla DAANES, nonostante i numerosi tentativi di includerle su un piano di parità nel corso degli anni. Ma soprattutto, nell'amministrazione di al-Jolani, sostenuta dall'Occidente, hanno visto l'opportunità di diventare cittadini di uno stato riconosciuto a livello internazionale, superando l'embargo e l'isolamento a cui sia la Siria baathista che l'Amministrazione Autonoma erano state sottoposte per anni. E in questo modo, di ristabilire un sistema di potere centralizzato in cui le élite arabe potessero trarre profitto come collaboratori dello stato. Così, ancora una volta, al-Jolani è riuscito a vincere non tanto con la forza militare, quanto sfruttando le divisioni interne tra i suoi oppositori e avvalendosi del sostegno dell'Occidente. Di conseguenza, la maggior parte delle aree a maggioranza araba precedentemente sotto la DAANES sono adesso nelle mani del regime islamista di Damasco.


Ma non sarebbe corretto affermare che tra la popolazione araba vi sia un diffuso sentimento di ostilità nei confronti della DAANES o dei curdi, nonostante ciò che cercano di far credere le narrazioni diffuse dal governo. I continui conflitti e le proteste che si verificano in quelle zone da quando il regime di Damasco ha preso il potere dimostrano che la realtà è più complessa di quanto venga riportato dai canali di informazione governativi. L'insoddisfazione di gran parte della popolazione araba, precedentemente sotto la DAANES, nei confronti del sistema amministrativo dell'attuale regime islamista rivela i profondi conflitti insiti nel rapporto tra le tribù arabe altamente autonome e lo Stato siriano centralista che si sta costruendo. Semmai, il modello decentralizzato della DAANES era stato molto più efficace nel gestire queste tensioni, che ora stanno riemergendo.


Vale anche la pena sottolineare che durante i loro attacchi, il nuovo regime e le bande ad esso affiliate hanno scatenato un'ondata di violenza che ricorda quella dell'ISIS. E allo stesso modo è stata accompagnata da un'enorme campagna di disinformazione per giustificarla e nascondere le loro atrocità. Questi parallelismi non sono casuali. Infatti, quando le SDF hanno perso il controllo delle prigioni in cui erano detenuti i militanti dell'ISIS, molti di loro sono stati liberati e hanno immediatamente iniziato a riorganizzarsi e a commettere massacri. Questo ha portato al famoso video con cui abbiamo iniziato questo articolo.


Perché le potenze occidentali non stanno aiutando?


Si ritiene che gli Stati Uniti stiano consentendo che ciò accada poiché intendono impiegare questi militanti dell'ISIS per combattere contro le milizie filo-iraniane in Iraq. Infatti, la maggior parte di loro vi è già stata trasferita. Anche il governo siriano ha acconsentito a sostenerli in questo. È stato inoltre riferito che uno dei motivi per cui gli Stati Uniti hanno ritirato il loro sostegno alle SDF è che la leadership curda ha rifiutato di appoggiarli in questo conflitto.

In definitiva, gli Stati Uniti vogliono ridurre il loro coinvolgimento diretto in Medio Oriente per potersi concentrare sul rafforzamento della loro presa sul continente americano (il recente rapimento di Maduro in Venezuela ne è un esempio) e promuovere partner regionali ideologicamente allineati (ovvero fascisti, nazionalisti e autoritari, ma comunque integrati con il capitale globale occidentale) in altre parti del mondo. Il loro obiettivo è quello di ridurre i conflitti in cui sono direttamente coinvolti senza rinunciare alle aree di influenza e alle importanti rotte commerciali. A lungo termine, vogliono sganciarsi dall'economia cinese, dalla quale sono diventati altamente dipendenti in termini di produzione, finanza e tecnologie che alimentano la maggior parte dell'espansione economica moderna. Considerano il gigante asiatico come il loro principale avversario e si stanno preparando ad affrontarlo in futuro per mantenere la loro posizione di principale superpotenza globale. In Medio Oriente, stanno eliminando ogni forma di opposizione residua e sostenendo i partner regionali allineati con loro per controllare la regione. Israele svolgerà il ruolo di rappresentante dell'Occidente e principale potenza egemone nella regione, per il quale si sta preparando sin dalla sua fondazione. E gli Stati arabi allineati con l'Occidente, come l'Arabia Saudita e il regime in via di definizione di Al-Jolani, saranno i suoi collaboratori, come simboleggiato dalla firma degli Accordi di Abramo. La retorica di “importare la democrazia” nella regione attraverso una presenza militare diretta è stata abbandonata, cercando invece di creare partner affidabili disposti a sostenere l'Occidente contro i suoi nemici e ad integrarsi nella catena di produzione globale incentrata sul dollaro e sostenuta dal petrolio. In cambio, vengono tollerati i regimi islamisti e autoritari, che comunque rispecchiano il modello che Trump e il partito repubblicano stanno costruendo in patria. Dopo la Siria, l'Iran sarà probabilmente il prossimo paese a subire un cambio di regime se continuerà a rifiutarsi di scendere a compromessi con l'Occidente. Tutti i suoi principali partner in Palestina, Libano, Yemen e Iraq vengono eliminati uno dopo l'altro. Anche la Turchia potrebbe essere sul patibolo se non rinuncia alle sue politiche espansionistiche neo-ottomane e non si rassegna ad avere un ruolo secondario nella regione sotto la supervisione di Israele.


La Gran Bretagna, anche se preferisce non mettere in luce il proprio ruolo in tutto questo, ha una parte in tutto ciò che sta accadendo. Ha anni di esperienza, connessioni e preparazione nella regione che nemmeno gli Stati Uniti possiedono, sviluppate fin dal XIX secolo per indebolire l'Impero Ottomano e che continuano ancora oggi. Inoltre, controlla una rete di “paradisi fiscali” nei territori d'oltremare che le consentono di custodire e trasferire denaro per diverse organizzazioni e stati, a seconda delle necessità. Questo la rende il principale “cervello” e facilitatore dietro qualsiasi sviluppo in Medio Oriente. Il fatto che il Regno Unito sia stato tra i primi governi occidentali a revocare le sanzioni contro il nuovo regime siriano è un'indicazione del ruolo centrale che ha svolto nel portarlo al potere.


Da parte sua, Israele diffida del governo islamista di al-Sharaa e non vuole che l'ISIS si diffonda nuovamente. Ma è noto che prima dell'inizio degli attacchi contro la DAANES, i leader israeliani e siriani si sono incontrati a Parigi il 6 gennaio per dei colloqui sponsorizzati dagli Stati Uniti. In tale occasione, al governo israeliano è stato assicurato che il regime siriano non avrebbe rappresentato una minaccia come lo era stato quello precedente. Ciò è stato rafforzato dalla rinuncia da parte dello stato siriano alla regione delle alture del Golan come zona cuscinetto tra i due stati. È quindi presumibile che l'attacco sia iniziato anche con il tacito sostegno di Israele. Ciononostante, potrebbero essere ancora disposti a collaborare con i curdi, ma solo a condizione che questi ultimi rinuncino alla loro ideologia socialista e diventino un classico movimento nazionalista etnico sotto la loro protezione. Ciò li trasformerebbe in un altro strumento dell'Occidente. Il popolo curdo quindi combatterà per impedire che ciò accada a tutti i costi.

Altre potenze occidentali, come la Francia, hanno chiarito la loro intenzione di sostenere il nuovo regime siriano. Recenti chat su Whatsapp tra Macron e Trump, divulgate dallo stesso Trump, mostrano che il presidente francese è “totalmente d'accordo sulla Siria”, dimostrando che sono disposti a sacrificare i curdi nel tentativo di dissuadere gli americani dal conquistare la Groenlandia. La Germania ha profondi legami economici e politici con la Turchia ed è stata in prima linea nella repressione dei curdi in Europa fin dagli anni '90, quindi nemmeno da loro arriverà alcun aiuto. E né la Cina né la Russia avrebbero nulla da guadagnare da un intervento. No, il popolo auto-organizzato nel nord-est della Siria non può contare su alcuna garanzia da parte del potere statale di aiutarlo per pura bontà d'animo.


E adesso che succede?


Sebbene la fazione al-Sharaa abbia alcune divergenze ideologiche con l'ISIS, che in passato hanno causato conflitti tra loro, è chiaro che sono molto più disposti a collaborare con loro che con la DAANES. O almeno sono molto felici di sguinzagliarli contro i loro nemici, sia in Siria che in Iraq, presumendo che saranno in grado di sbarazzarsi di loro una volta che avranno fatto il lavoro sporco. È difficile dire, a questo punto, se ciò si concretizzerà effettivamente o se l'ISIS sarà in grado di ristabilirsi nella regione. Ma alla fine sia il governo di Damasco che l'ISIS stanno cercando di instaurare un regime islamista che porterà solo ulteriori sofferenze alla popolazione della regione. Quindi chiunque speri nella pace e nella stabilità in Medio Oriente (e, per estensione, nel mondo) non dovrebbe vedere molta differenza tra i due, ammesso che ce ne sia una a questo punto.


Ma la rivoluzione del Rojava non è ancora finita. Le forze delle SDF si sono ritirate nelle zone a maggioranza curda (Rojava) e hanno dichiarato che combatteranno fino alla morte, se necessario, per difendersi e proteggere i risultati della rivoluzione. Finora hanno respinto con successo tutti gli attacchi nelle loro roccaforti principali. E, mentre parliamo, ci sono centinaia di persone che stanno attraversando i confini per raggiungere il Rojava e unirsi alla lotta. È stata persino organizzata una carovana che ha viaggiato da diverse parti d'Europa fino al Rojava per sostenerlo. Allo stesso tempo, in tutto il mondo si stanno svolgendo molte azioni e proteste di solidarietà. Quindi, anche se è giusto dire che la visione di un Medio Oriente pacifico e unito, esemplificato dalla rivoluzione del Rojava, è stata gravemente ferita, è ben lungi dall'essere morta. È stata oggetto di una cospirazione tra le potenze occidentali, gli stati-nazione autoritari locali e i loro collaboratori islamisti. Ma ciò a cui stiamo assistendo non può essere ridotto al risultato di calcoli geopolitici o conflitti etnici e religiosi. Né è il risultato del fallimento dell'ideologia della DAANES, che nonostante i limiti nella sua attuazione continua ad essere il modello di maggior successo per la regione. In sostanza, questo attacco deve essere visto come un processo controrivoluzionario esplicitamente mirato a smantellare le conquiste sociali ottenute nella Siria settentrionale e orientale e a impedire che diventi un esempio per l'intera regione che potrebbe minacciare gli interessi imperialisti e autoritari.


Inoltre, alla luce di quanto accaduto, non è difficile capire che si è trattato anche di un attacco contro la rivoluzione delle donne e le libertà ottenute dalle donne. Infatti, gli attacchi più violenti sono stati sferrati proprio contro le giovani donne, che costituiscono l'avanguardia morale e ideologica della rivoluzione. Ne è un esempio il corpo di Deniz Çiya, una giovane donna che faceva parte delle Forze di Sicurezza Interna dei quartieri di Asrafiye e Sheik Maqsoud (obiettivo del primo attacco), che è stato gettato giù da un edificio dalle bande islamiste del regime di Damasco e nel frattempo filmato e condiviso sui media digitali. Ma anche la distruzione a Tabqa della statua di Rojbin Arab, una giovane donna araba che ha combattuto contro l'ISIS. Ci sono anche numerosi video di giovani donne vendute a ricchi uomini islamisti, proprio come accadeva ai tempi dell'ISIS. E infine, il video di un miliziano islamista che mostra la treccia di una combattente che aveva precedentemente massacrato come trofeo è la massima espressione di quello che è chiaramente un attacco diretto alla rivoluzione delle donne.


M a ciò che queste bande affiliate al regime di Damasco non si aspettavano era che in tutto il mondo la gente si sarebbe ribellata contro queste atrocità, con centinaia di donne che si sono intrecciate i capelli per mostrare solidarietà alle donne curde, provocando una condanna diffusa. A causa dell'ondata di sostegno seguita agli attacchi, il governo di Damasco ha annunciato un cessate il fuoco di quattro giorni, che è stato poi prorogato. Ora è stato raggiunto un nuovo accordo che dovrebbe proteggere gran parte dell'autonomia raggiunta nelle regioni curde nell'integrazione con il governo siriano. Ciò dimostra che sono vulnerabili alle pressioni e vogliono preservare la loro immagine moderata nei confronti dell'Occidente. Ecco perché il miglior alleato della rivoluzione è il sostegno delle iniziative popolari di tutto il mondo per esercitare pressioni sul regime siriano e su tutti gli altri paesi coinvolti nel conflitto affinché cessino le violenze. Chiediamo quindi a tutti di seguire ciò che sta accadendo e di sostenere il Rojava in ogni modo possibile. Se ci organizziamo e agiamo per proteggere questa rivoluzione, possiamo contribuire a garantirne la resistenza e la continuità. Perché in questo momento cruciale non è in gioco solo il destino dei curdi e degli altri popoli del nord e dell'est della Siria, ma anche la speranza di un Medio Oriente pacifico, democratico e unito, che potrebbe diventare il primo passo verso un mondo migliore per tutti noi.

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