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Rojava: è finita la Rivoluzione?

  • 8 lug
  • Tempo di lettura: 11 min

Comprendere l’offensiva di gennaio contro il Nord-Est della Siria



Nella Siria del Nord-Est, è un modo di abitare il mondo che hanno provato ad annientare.

Il mese di gennaio del 2026 è stato segnato da attacchi d’intensità senza precedenti contro ciò che oramai è conosciuta globalmente come “la Rivoluzione del Rojava”. Questa regione a maggioranza curda nel nord-est della Siria aveva visto emergere, nel 2012, una rivoluzione basata sulla liberazione delle donne, sull’ecologismo e sulla coesistenza dei popoli all’interno di un sistema di democrazia diretta. Questo esperimento di Confederalismo Democratico si era esteso ad alcune regioni arabe e preso il nome di Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria (AANES).


Per molti, il Rojava rappresenta un bagliore di speranza nell’oscurità di un sistema capitalista al collasso. Il Rojava e il Chiapas sono la prova vivente che un altro mondo è possibile, che esistono modi di vivere e costruire società al di fuori del sistema patriarcale, statale e capitalista. La rivoluzione del Rojava è stata anche chiamata la rivoluzione delle donne, perché è lì che è emerso uno degli esperimenti più radicali di lotta ed emancipazione femminile; è contro tutto ciò che le forze della modernità capitalista hanno coordinato la più grande offensiva mai condotta contro l’AANES. Più che un’offensiva militare, si tratta soprattutto di un attacco a un modo di abitare il mondo — comunitario e opposto alle forme di dominio patriarcale — in cui la vita è intimamente connessa alla terra. Cercando di distruggere uno dei più grandi esperimenti rivoluzionari del XXI secolo, le forze imperialiste hanno voluto lanciare un messaggio: “Coloro che rifiutano lo stile di vita capitalista saranno annientati”.


Nel giro di un mese, centinaia di civili sono stati massacrati, altre centinaia di migliaia sono stati nuovamente costretti allo sfollamento e sono stati compiti numerosi crimini di guerra, in particolare contro le donne. Ad Aleppo sono stati documentati centinaia di rapimenti, atti di tortura e saccheggi. Questi attacchi di rara intensità sono stati condotti da HTS, alcuni dei cui membri non hanno fatto mistero della loro affiliazione all’ISIS/Daesh. Anche il coinvolgimento della Turchia in questa offensiva è stato confermato, in particolare attraverso molteplici attacchi con droni kamikaze ad Aleppo, Heseké e Qamishlo. Allo stesso tempo, numerose prigioni sotto il controllo delle SDF, in cui erano detenuti membri di Daesh, sono state attaccate e riconquistate da HTS, nel silenzio complice della coalizione internazionale contro Daesh. Ciò ha portato a evasioni e liberazioni di massa.


Allo stesso tempo, la resistenza opposta a questi attacchi è stata straordinaria. Fin dai primi attacchi contro Aleppo, il 6 gennaio, la popolazione si è mobilitata in massa. In ogni quartiere le persone si sono organizzate. Chi poteva ha imbracciato le armi e ha montato la guardia. Altri hanno preparato cibo per i combattenti. Da Bakur, Bashur e Rojhilat, centinaia di giovani curdi si sono mobilitati, forzando i posti di frontiera per unirsi alla resistenza in Rojava. Iniziative di solidarietà sono state lanciate in tutto il mondo. Dalla Colombia alla Papua, dalla Germania al Kenya, mobilitazioni hanno avuto luogo dovunque. Una grande “carovana dei popoli” ha riunito oltre un centinaio di giovani provenienti dall’Europa che, da un giorno all’altro, si sono messi in viaggio insieme per raggiungere il Rojava. Quando è stato diffuso un video che mostrava un mercenario jihadista esibire la treccia recisa di una combattente delle YPJ come trofeo di guerra, donne di tutto il mondo si sono riunite e si sono intrecciate i capelli, come a dichiarare alle combattenti curde: “Siamo unite, la nostra lotta è comune. A ogni attacco contro di voi, la rivoluzione delle donne crescerà”.


Il 29 gennaio è stato firmato un accordo di cessate il fuoco tra l’AANES e il governo di transizione siriano. Questo accordo ha avuto un prezzo elevato. L’amministrazione autonoma è stata costretta a cedere numerosi territori, che da allora sono tornati sotto il controllo dell’esercito siriano. Sebbene tutt’altro che ideale, questo accordo è stato comunque un compromesso utile, che ha evitato un massacro generalizzato, come lasciavano presagire i violenti attacchi contro Aleppo all’inizio di gennaio. Grazie alla pressione del popolo curdo e al sostegno internazionalista proveniente da tutto il mondo, all’interno di questo accordo sono state ottenute diverse vittorie, come la promessa del ritorno di centinaia di migliaia di sfollati e il ritiro della Turchia dalle aree occupate nella regione di Aleppo. Mentre le istituzioni dell’Amministrazione Autonoma dovrebbero essere ufficialmente integrate nello Stato siriano, le brigate delle SDF saranno integrate come unità, il che significa che conserveranno la loro struttura precedente e la loro autonomia di comando. In base a questo accordo, la sfida ora è fare in modo che la lotta non venga indebolita, affinché i rapporti di forza permettano di preservare e consolidare ulteriormente le conquiste della rivoluzione.


Un Piano delle Potenze Interazionali

Questi sono i fatti; tuttavia sarebbe impossibile comprendere questi attacchi contro l’esperimento rivoluzionario nel Nord-Est della Siria senza fare un passo indietro. Osservando i piani delle forze imperialiste nella loro totalità possiamo meglio comprendere come gli attacchi contro i popoli nel mondo intero-dal Kurdistan alla Palestina e da Abya Yala all’Ucraina-non siano che il risultato delle medesime politiche. Perciò, dobbiamo prima tornare indietro di 100 anni, a quando le potenze imperialiste — e in particolare Francia e Inghilterra — si spartirono il Medio Oriente dopo la Prima guerra mondiale. Laddove un mosaico di popoli e credenze aveva convissuto con relativa autonomia all’interno dell’Impero Ottomano, le potenze occidentali tracciarono confini che fecero precipitare il Medio Oriente in un caos che perdura ancora oggi. Gli Stati-nazione si svilupparono gradualmente secondo il modello in cui erano stati concepiti e costruiti in Europa un secolo prima, fondato sul principio centralizzatore di “una nazione, una lingua, una bandiera”.


Esempio quintessenziale il trattato di Losanna del 1923, il quale sancì lo smantellamento dell’Impero Ottomano tra sfere d’influenza delle potenze europee, che divise il Kurdistan tra 4 Stati: Siria, Iraq, Iran e Turchia. Da allora, a seconda del paese, essere curdi ha comportato il rischio di annientamento o di assimilazione culturale. La lotta è stata necessaria per rivendicare un’identità curda transnazionale che promuovesse l’unità oltre i confini.


All’inizio degli anni ’90, col collasso del blocco Sovietico e la guerra del Golfo, il capitalismo è entrato in una nuova fase di profonda crisi. Le potenze imperialiste avviarono un processo globale volto a ricreare nuovi equilibri di potere. Iniziò così un nuovo conflitto globale che il Movimento di Liberazione del Kurdistan chiama Terza Guerra Mondiale. Questa guerra, che rompe con la logica dei due blocchi distinti delle guerre precedenti, è caratterizzata da alleanze che cambiano costantemente a seconda delle circostanze e degli interessi. Il fine non è più l'annientamento totale dell'avversario, ma la lotta per diventare la nuova potenza egemonica.


In questo conflitto, in cui i vecchi equilibri di potere sono stati sconvolti, il Medio Oriente si trova al centro degli scontri. La strategia dell'Occidente per mantenere il proprio dominio sulla regione è cambiata; con la finanziarizzazione del capitalismo, il modello di Stato-nazione basato su un'economia nazionale di mercato, così come era stato originariamente concepito, non soddisfa più le loro esigenze. Questa è la ragione per cui le potenze occidentali, guidate dagli Stati Uniti e da Israele, stanno lavorando per rimodellare la regione secondo i loro rinnovati interessi.


Pertanto in Medio Oriente si vedono attualmente agire due forze si contrapposte. Da un lato le potenze occidentali tentano di sconvolgere l’attuale equilibrio di potere al fine di garantirsi il controllo sulle risorse e sulle rotte commerciali della regione. A loro opposti, gli Stati conservatori come l'Iran e la Turchia cercano di mantenere lo status quo degli stati nazionali tradizionali; ovvero desiderano proteggere la propria influenza regionale rifiutandosi di integrarsi nel nuovo ordine mondiale capitalista. Essi tentano di proteggere la loro autonomia geopolitica tramite i propri progetti imperialisti per la regione. Ciò è particolarmente vero per il progetto della Turchia per un Impero Neo-Ottomano e la Mezzaluna Sciita e Asse di Resistenza dell’Iran.


L’intensificazione del genocidio contro il popolo palestinese dopo il 7 Ottobre ha segnato una nuova fase nella storia del Medio Oriente. Ciò ha messo in moto una sequela di eventi che continua tutt’oggi, con le potenze occidentali che puntano a distruggere la Mezzaluna Sciita dominata dall’Iran. Nessuna barriera etica o legge internazionale può sbarrare la strada alla loro strategia sanguinaria per raggiungere il loro scopo. Da lì sono iniziati gli attacchi contro le forze filo-Iraniane come Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano e gli Huthi in Yemen, oltre all’attuale offensiva in Siria; ma nell’invasione del Nord-Est della Siria la posta in gioco è differente. Senza fare il gioco né dell’imperialismo occidentale americano-israeliano né di quello di una sedicente “asse di resistenza” guidata dall’Iran e dalle sue milizie nei paesi vicini, il Confederalismo Democratico della Siria del Nord-Est propone una terza via, una che non serva gl’interessi degli Stati, bensì dei popoli. I popoli che stanno organizzando loro stessi trascendendo i confini del nazionalismo e sfidando le radici della dominazione patriarcale.


Solo comprendendo il contesto della Terza Guerra Mondiale in Medio Oriente potremo meglio analizzare i recenti sviluppi in Siria. L’8 ottobre 2024 il regime baathista è caduto. Dopo 50 anni di dittatura, massacri e prigionia di massa, il popolo ha finalmente tirato un sospiro di sollievo. La speranza sbocciava mentre crollavano le statue di Al-Assad; ma un anno dopo fu la statua della combattente araba Rojbîn Ereb, eretta a Tabqa dopo la caduta di Daesh, a essere distrutta dalle milizie del governo di transizione HTS. Ciò fu seguito da numerosi massacri commessi contro le comunità druse e alauite dalla presa del potere del governo di transizione siriano guidato da Al-Shara’. In effetti, non hanno aspettato a lungo per rivelare le loro vere intenzioni: riprendere il controllo della Siria sulla base di un’ideologia profondamente patriarcale, intollerante e anti-democratica.


Ma questa volta la posizione dell'Occidente nei loro confronti è cambiata significativamente. L’HTS, un gruppo generato da una costola di Al-Qaeda, è stato rapidamente rimosso dall'elenco delle organizzazioni terroristiche dopo aver preso il potere, nonostante sia stato considerato tale dalla comunità internazionale per anni. Ma come mai questa inversione? Ciò è dovuto al fatto che alla fine l'HTS si è dimostrato un partner strategico nello svolgimento della sua offensiva contro la Mezzaluna Sciita, mentre le SDF si sono sempre rifiutate di servire da mercenari per gli Stati Uniti.


Il 5 e 6 gennaio si sono svolti a Parigi colloqui tra Hamas e Israele sotto la benedizione degli Stati Uniti. L’HTS, in linea con i piani della Turchia, ha chiuso un occhio sull’occupazione israeliana del Sud-Ovest della Siria, mentre la coalizione internazionale guidata da Israele e Stati Uniti gli ha garantito che non sarebbero intervenuti nel caso di un’invasione dell’AANES. Si trattava, quindi, di un importante piano internazionale coordinato per porre fine all’esperimento rivoluzionario nel Nord ed Est della Siria. Senza l’accordo di cessate il fuoco del 29 gennaio, nato dalla determinazione della popolazione a resistere, il popolo curdo avrebbe probabilmente affrontato un genocidio.


Oltre alla loro natura genocidaria, gli attacchi erano specificamente mirati a minare le relazioni tra curdi e arabi, in linea con la strategia del “dividi et impera”. Meno i popoli sono uniti e più è facile per gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati controllare la regione a loro piacimento. I Servizi Segreti Turchi (MIT) in particolare hanno giocato un ruolo significativo nella defezione di tribù arabe dall’SDF all’inizio degli scontri. La rapida decisione di ritiro dell’SDF dalle regioni a maggioranza araba era quindi motivata anche dal desiderio di sventare il piano di creare un importante conflitto tra le popolazioni curde e arabe. Persino oggi, specialmente nei media, il desiderio dei poteri imperialisti di dividere i popoli è chiaro come l’acqua. È contro questo che il progetto della “Nazione Democratica” —cioè la convivenza dei popoli— sperimentato all’interno dell’AANES, nonostante tutte le difficoltà incontrate nella pratica, rappresenta un asse importante della lotta per l’autonomia di tutti i popoli. In questa prospettiva, è fondamentale una lotta internazionale che riconosca i legami tra le lotte dei popoli e trascenda le trappole nazionaliste poste dalla Modernità Capitalista.


Il Ruolo di Abdullah Öcalan

Abdullah Öcalan, leader del Movimento di Liberazione del Kurdistan, ha giocato un ruolo chiave nello stabilire il cessate il fuoco. Per 27 anni è stato imprigionato in Turchia, sull’isola prigione di Imrali, in seguito a una cospirazione internazionale orchestrata da 25 Stati, in particolar modo dai servizi segreti di Stati Uniti e Israele. Da diversi mesi oramai Abdullah Öcalan ha messo in guardia sul rischio di vedere emergere 50 Gaza nel Medio Oriente nel caso una risoluzione alla questione curda non venisse trovata. Fu quindi su suo suggerimento che venne organizzato un incontro in Rojava tra Turchia, AANES, HTS, diplomatici statunitensi e francesi e una delegazione a fare le sue veci. Quest’incontro ha stabilito l’intelaiatura per l’accordo del 29 gennaio, dove le linee rosse del movimento di liberazione del Kurdistan sono state salvaguardate nelle aree dell’auto-governo locale, il diritto del popolo all’autodifesa e il diritto alla lingua e all’educazione.

Più in generale, questo accordo fa parte di un più ampio processo di pace avviato da Abdullah Öcalan il 27 febbraio 2025. Dopo 40 anni di lotta armata, in risposta all’appello di Öcalan, il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) si è ufficialmente sciolto, ponendo fine alla strategia della lotta armata. Senza negare l’importanza del ruolo giocato dal PKK nell’assicurare il riconoscimento del popolo curdo o il sacrificio di migliaia di martiri, Öcalan ha dimostrato la necessità di ripensare la strategia del Movimento di Liberazione del Kurdistan all’interno del paradigma della Modernità Democratica.


Inizia così un nuovo processo: il processo per “la pace e la società democratica.” Questa strategia ha due aspetti: da un lato, la società deve auto-organizzarsi sulle basi della liberazione delle donne e della coesistenza tra popoli e religioni, pur rimanendo in grado di garantire la propria auto-difesa; dall’altro lato, un processo di “integrazione democratica” deve avvenire all’interno degli Stati di Turchia, Siria, Iraq e Iran. Questa “integrazione”, ben lungi dall’assomigliare a quelle forme di assimilazione culturale e politica che il popolo curdo ha subito sino a ora, deve consentire loro di ottenere garanzie giuridiche, anche costituzionali, che gli permettano di sviluppare una “società democratica”.


Perciò in Turchia è stata istituita una commissione per decidere sulla creazione di un nuovo quadro giuridico volto a risolvere la questione curda. In Siria, nel corso del 2025, l’AANES ha intrapreso numerosi sforzi per creare condizioni favorevoli a una “integrazione democratica”. Non sorprende che la Turchia e altre potenze internazionali abbiano costantemente cercato di sabotare i negoziati; ma come abbiamo assistito in Rojava, la resistenza popolare produce risultati. Dichiaratamente insufficienti questa volta, ma risultati che cresceranno man mano che i popoli si uniranno per forgiare una terza via contro il capitalismo.


Questo è uno dei punti cruciali del processo di pace iniziato da Abdullah Öcalan: il suo successo non dipende unicamente dagli Stati. La costruzione di una “società democratica” inizia, in primis, dal basso verso l’alto. Di fronte a un sistema che divide i popoli e frammenta le società l’obiettivo è costruire una società organizzata capace di difendere sé stessa sia moralmente che fisicamente. Implica la creazione delle comuni dovunque, la costruzione e il rafforzamento di iniziative di educazione popolare, consentire a culture diverse di coesistere ed esprimersi e riportare le donne a un ruolo centrale nella società. Anche per questa ragione Abdullah Öcalan enfatizza la necessità per i popoli di unirsi e organizzarsi. Perciò, nelle sue prospettive indirizzate per il congresso di dissoluzione del PKK, egli ha proposto la fondazione di una nuova internazionale socialista: una che non sarebbe in internazionale di Stati ma dei popoli, l’Internazionale Comunalista.


Ciò che Abdullah Öcalan propone è una profonda rielaborazione dell’idea di rivoluzione. Traendo lezioni dal passato, in particolare dal “socialismo reale” dell’URSS, egli propone un nuovo modo di concepire il socialismo. La storia non è soltanto la storia delle lotte di classe, sebbene ciò abbia un ruolo importante; si tratta piuttosto in primis di una dialettica tra Stato e Comune. Lo Stato, che trae le sue origini dalla dominazione dell’uomo sulla natura e dell’uomo sulla donna, è perciò direttamente contrapposto alla vita delle società. Maggiore è la forza dello Stato e maggiore è il rischio per l’esistenza della società. Ma al contrario, più una società è capace di auto-organizzarsi, più il ruolo dello Stato diviene superfluo. Questa è la ragione per cui ripensare il socialismo nel XXI secolo significa tornare alle origini della dominazione. Significa riconoscere che nella storia due linee sono sempre esistite in parallelo e che è la linea dell’autentica democrazia, al di fuori della logica degli Stati-nazione, che dobbiamo nutrire.

Forse ci saranno dei pessimisti convinti che i recenti sviluppi in Rojava provino che modelli come il Confederalismo Democratico siano utopistici, incapaci di sopravvivere di fronte al sistema capitalista. Forse immaginano che la fine del mondo sia più prossima della fine dello statalismo e del capitalismo; eppure, se guardiamo alla situazione odierna, è soprattutto quest’ultimo ad essere in crisi. Accettare che non siano alternative alla crudeltà e alla guerra significa rinunciare, arrendersi prima di aver resistito. Il Rojava non è un paradiso terrestre dove ogni forma di dominio è stata abolita: è la storia di popoli che si sono uniti e hanno tentato di organizzarsi assieme. È un processo carico di dolore e resistenza, di errori e autocritica. Per costruire una vita libera su migliaia di anni di civiltà statale e patriarcale, bisogna lottare, a volte cadere, rialzarsi sempre e continuare ad andare avanti. L’esperimento comunalista del Rojava non è morto; è senz’altro in pericolo, ma può crescere assieme alla determinazione e alla resistenza del popolo. Nei suoi 14 anni di esistenza la rivoluzione delle donne ha sparso semi in tutto il mondo e di fronte a un capitalismo allo stremo la risposta può essere solo questa: costruiamo 1000 Rojava!


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