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Nato dalla Terra

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Mariátegui e il sogno del socialismo peruviano


José Carlos Mariátegui è un socialista, un figlio delle Ande1, un uomo che sviluppò il marxismo con la terra tra le mani e la storia del suo popolo nel cuore. Come scrive nell'articolo “Aniversario y balance”(1928), la sua comprensione del socialismo non è solo economica, ma anche morale, “un eroico atto di creazione”, nato dalle profondità dell’anima. Egli crede che un nuovo mondo possa emergere nei cuori degli esseri umani che imparano di nuovo cosa significhi vivere insieme. «Il socialismo non cerca solo di liberare le persone, ma anche di riconciliarle con la propria natura». Per lui questa riconciliazione era il vero senso della rivoluzione. Non il potere, non il possesso, bensì la socialità e la connessione. Un pensatore che si è allontanato dal marxismo ortodosso per trovare risposte creative alla realtà dell’America Latina. Con carta, penna, educazione, comunanza, organizzazione e dialogo. Con il socialismo.


José Carlos Mariátegui nel 1929
José Carlos Mariátegui nel 1929

Perù, per ricordare le Ande

La storia del Perù è segnata dalla conquista coloniale: nel 1532 gli spagnoli guidati da Francisco Pizarro arrivarono e sottomisero l’Impero Inca, saccheggiandone i tesori e instaurando un sistema di proprietà della terra e di lavoro forzato. I popoli indigeni furono privati delle loro risorse, della loro cultura e della loro autonomia politica.


Negli anni Venti del Novecento, quando José Carlos Mariátegui sviluppò le sue idee marxiste, il Perù era ufficialmente indipendente ma ancora fortemente influenzato dal colonialismo sul piano economico. Ferrovie, grandi miniere e latifondi erano per lo più di proprietà di aziende britanniche o statunitensi. Materie prime come rame, argento, cotone e zucchero venivano esportate, la dipendenza veniva importata. La ricchezza del paese fluiva all’estero, controllata da capitali stranieri e da una borghesia nazionale collaborazionista.


La grande proprietà terriera e il cosiddetto gamonalismo2 erano al centro di un sistema che sfruttava economicamente ed escludeva politicamente la popolazione indigena. Per Mariátegui, la questione della terra era al cuore della questione indigena. Più del 70% della popolazione, prevalentemente discendente indigena degli Inca, lavorava nelle haciendas3 ,spesso in condizioni simili a quelle dell’epoca coloniale. Uno Stato centralista ignorava quindi i bisogni delle regioni e, di conseguenza, prevalevano rapporti di proprietà altamente diseguali, che portavano a povertà e dipendenza, soprattutto tra le componenti indigene e contadine della società.


Mariátegui analizza la realtà materiale e culturale del Perù nella raccolta “Siete Ensayos de Interpretación de la Realidad Peruana” (1928). Egli comprese che la colonizzazione del Perù non fu solo materiale, ma anche mentale. L’educazione e le influenze dello Stato consistevano in un’imitazione dei modelli europei e nordamericani ed essi erano incapaci di vedere la realtà delle Ande, dei Campesinos4 e dei poveri, e di trovare soluzioni.

Per questo, per Mariátegui, la sofferenza del Perù non era soltanto economica, ma anche etica e culturale. Il sapere, la cultura e le lingue indigene erano considerati “arretrati”. Dall’élite dominante, influenzata dall’Europa, venivano ritenuti inferiori e incapaci di essere forza motrice del progresso.


Mariátegui, invece, vedeva nelle comunità indigene i semi di una nuova società: una società socialista che nasce dalla vita stessa; peruviana, umana, creativa e non un’imitazione degli ideali europei. Affermava: «Non vogliamo un socialismo d’imitazione, ma di creazione».



Portada n.º 1 di Amauta, rivista diretta da Mariátegui
Portada n.º 1 di Amauta, rivista diretta da Mariátegui

Socialismo di Creazione

Mariátegui era convinto che il socialismo non potesse essere importato in Perù.


Egli disse: “Dobbiamo creare il nostro socialismo, motivato dalla realtà e dalla storia del nostro paese.” Ciò significava che il Perù non poteva semplicemente seguire i modelli europei, ma doveva nascere dalla vita stessa. Il marxismo doveva essere “peruvianizzato”, radicato nella realtà sociale delle Ande, nell’eredità dei popoli indigeni, nell’esperienza del colonialismo e della sottrazione delle terre.


Nei primi saggi della raccolta “Ideología y política” (1980), Mariátegui analizza il ruolo delle comunità indigene in relazione al socialismo. Egli afferma che il capitalismo in Perù non ha mai funzionato come in Europa: non è stato il risultato di sviluppi interni, ma un’importazione dell’epoca coloniale, con una borghesia peruviana che difendeva i propri privilegi aggrappandosi al capitale straniero.


Per questo concluse che in Perù solo i lavoratori e i contadini, soprattutto le comunità indigene, potevano essere i portatori di un autentico socialismo. Non perché fossero una “classe” nel senso europeo del termine, ma perché avevano mantenuto vivo un modo di vivere collettivo, fondato sulla solidarietà, sul lavoro collaborativo e sulla responsabilità condivisa. Per lui, il socialismo in Perù era anche un ritorno: una rinascita di valori sociali presenti da secoli nella cultura andina.


Secondo Mariátegui, il socialismo è la forma moderna dell’antica comunità indigena, che il colonialismo ha distrutto ma mai completamente neutralizzato: «La rivoluzione sociale in Perù deve nascere dalle comunità indigene». Per questo egli non concepiva la rivoluzione come una copia delle esperienze russe o europee, ma come un atto creativo ed eroico di fusione tra il marxismo e la realtà delle Ande.


Nel 1928 fondò il Partido Socialista del Perú. Scelse consapevolmente il termine “socialista” per evitare il controllo stalinista e valorizzarne il carattere latinoamericano. Il partito era chiaramente orientato al marxismo, ma in modo non dogmatico: anticapitalista, anti-imperialista, e vedeva nella popolazione indigena il soggetto rivoluzionario centrale. Il suo obiettivo era la mobilitazione organizzata di massa di lavoratori, campesinos e indigeni, e non la rivoluzione di piccoli gruppi d’avanguardia.


Non credeva in una presa immediata del potere né in un’insurrezione violenta a ogni costo. Per lui la rivoluzione era un processo sociale fatto di costruzione della coscienza, organizzazione e trasformazione. Non cercava solo un cambiamento politico, ma anche un rinnovamento morale: voleva che gli esseri umani tornassero a far parte di un tutto più grande.


Per trovare il futuro, Mariátegui guardava alle Ande. Lì vivevano gli ayllu, comunità indigene organizzate da secoli secondo principi di collaborazione e mutuo appoggio. In esse egli vedeva un esempio vivo e concreto di socialismo. Nella semplicità dello stare insieme scorgeva ciò che l’Europa aveva dimenticato: una moralità che non era predica, ma ritmo; un’etica naturale e organica, nata dalla convivenza, non dalle leggi.


Per lui gli ayllu erano un modello di come si potesse vivere senza proprietà privata e competizione. Questa “morale naturale” del mondo indigeno era la vera base del socialismo, che definiva “un’etica della terra”: uno stile di vita che tiene uniti lavoro, socialità e natura. Qui vedeva la differenza tra civiltà capitalista e umanità socialista: il capitalismo divide, il socialismo unisce.


Nella “Storia della crisi mondiale”, Mariátegui scrive che la crisi del capitalismo non è solo economica, ma una crisi della civiltà stessa. Il mondo moderno ha perso la sua unità morale. Interpreta le catastrofi dell’Occidente come il segno di una perdita di connessione: la crisi globale è una crisi morale. Un mondo che ha venduto la propria anima alla macchina. Quando l’essere umano smette di essere parte della terra e ne diventa il padrone, la perde.


Mariátegui riteneva che il socialismo non potesse nascere laddove gli uomini pensano unicamente ai bisogni materiali. Critica l’interpretazione deterministica della storia di molti marxisti e l’importazione dogmatica di teorie europee in contesti non europei. Scrive: «Il socialismo non è solo un fenomeno economico, ma una posizione morale ed emotiva».


Per lui gli esseri umani sono esseri creativi, capaci di trasformare se stessi e il mondo. Nel socialismo vede la possibilità di liberare questa energia creativa. Nell’articolo “El hombre y el mito” (1925) esplora l’importanza del pensiero mitologico per l’umanità. Parla del mito della rivoluzione: il mito è una forza che unisce le persone e dà loro il coraggio di tentare l’impossibile. Senza miti non ci sarebbero movimento, passione e speranza. «Gli esseri umani sono esseri metafisici. Senza una filosofia metafisica della vita non si può vivere pienamente. Il mito muove gli uomini nella storia».


La Donna e la Rinascita del Mondo

Mariátegui fu uno dei primi pensatori marxisti dell’America Latina a considerare la liberazione delle donne come una parte centrale della rivoluzione sociale. Per lui, la questione femminile era strettamente legata al processo rivoluzionario, come elemento essenziale della lotta proletaria. La famiglia patriarcale, infatti, era ai suoi occhi un riflesso del capitalismo: possesso, gerarchia e obbedienza. Per superare questa condizione, sosteneva, deve cambiare l’autopercezione della donna, affinché essa possa diventare un soggetto attivo capace di plasmare la società. Questo non nascerebbe da teorie astratte, ma dalla vita reale: dal lavoro, dall’istruzione e dall’impegno politico. Le donne che studiavano, insegnavano nelle università o lavoravano nelle fabbriche o nei campi rappresentavano per lui il cuore di un femminismo autentico e vitale. «Ai nostri tempi non è possibile esplorare la vita sociale senza indagarne e analizzarne le fondamenta: l’organizzazione all’interno della famiglia, il ruolo della donna», egli scrive. A proposito del nascente movimento femminista in Perù affermava: «Di fronte a questo movimento, gli uomini aperti alle grandi emozioni del nostro tempo non possono e non devono sentirsi estranei o indifferenti. La questione femminile è parte della questione dell’umanità.»


«Il socialismo», secondo Mariátegui, «deve anche comprendere e superare la dimensione di genere dell’oppressione, soprattutto in un paese semi-feudale e influenzato dal colonialismo come il Perù». Il movimento delle donne deve operare in concomitanza con il processo anti-imperialista e anticoloniale e non deve essere ridotto al modello “occidentale” di femminismo.


Nell’articolo “Las reivindicaciones feministes” (1924) egli distingue tra femminismo borghese, piccolo-borghese e proletario. Poiché considera il femminismo separato dalla lotta di classe come inefficace e reazionario, vede solo nel femminismo proletario la capacità di trasformare radicalmente le strutture sociali. Analizza la donna esclusivamente in relazione alla lotta di classe, non come una forza politica autonoma e soggetto indipendente.


Nonostante non offra un’analisi più approfondita sulla donna, egli sa che un socialismo che voglia essere umano deve necessariamente essere anche femminile. Nella femminilità, infatti, vede la fonte della forza morale. In molte culture indigene, la terra stessa è femminile, creativa e vivificante.


La Gioventù non è domani, ma oggi

Per Mariátegui, la gioventù è l’energia viva del presente, non soltanto una promessa per il futuro: è la forza dell’agire e del plasmare attivamente. Con le sue stesse parole: «La gioventù non è la speranza del domani. È l’azione di oggi, o non è nulla». Nella sua opera “El mito de la nueva generación”, analizza i movimenti giovanili del suo tempo e sottolinea il ruolo dei giovani come forza attiva di trasformazione sociale. Tuttavia critica la visione romanticizzata secondo cui ogni giovane sarebbe automaticamente rivoluzionario e mette in guardia contro la strumentalizzazione dell’entusiasmo giovanile per fini reazionari.


La gioventù è per lui il ponte vivo tra visione e presente, tra i sogni di una società più giusta e le azioni concrete capaci di realizzarli.


Un’eredità per il futuro

José Carlos Mariátegui morì giovane, a soli 35 anni, dopo una grave malattia; ma nella sua filosofia egli continua a vivere, soprattutto oggi, mentre molte parti del mondo sono alla ricerca di una direzione. Mariátegui ci mostrò che il socialismo è molto più di un progetto politico. Nei valori indigeni di comunità, rispetto, condivisione e spiritualità, egli vide il futuro. Non un ritorno al vecchio mondo, ma una riscoperta della sua anima: un socialismo che cresce dalla terra della propria storia.


Ancora oggi i giovani scendono in piazza. A Lima, Cusco, Ayacucho e Puno chiedono giustizia, dignità e partecipazione. Lottano contro la corruzione, lo sfruttamento neoliberista e l’alienazione politica di uno Stato che non li rappresenta. Molti di loro provengono da famiglie di contadini, indigene e lavoratrici. Nelle loro vite Mariátegui vedeva un tempo i semi di un nuovo Perù. Chiedono più di una riforma: chiedono un’altra vita.


Una vita in cui le persone non si limitino a funzionare, ma possano davvero vivere. Non isolate, ma connesse. Non al servizio del capitale, ma delle persone, della società. Qui, in questo tempo, Mariátegui torna a vivere, come una voce che indica la via, proveniente dalle profondità della propria terra, della memoria e delle lotte del proprio popolo.


La rivoluzione comincia nel cuore della comunità: nelle mani delle donne, nel ritorno a un modo di vivere etico, ecologico e comunitario.


Note


  1. Una vasta catena montuosa che si estende lungo la costa occidentale del Sud America. Attraversa diversi paesi, tra cui il Perù. Le Ande erano il nucleo d’importanti culture indigene.

  2. Il dominio dei grandi proprietari terrieri (gamonales) nelle regioni rurali del Perù, in particolare nelle Ande. Questa élite locale esercitava un controllo politico, economico e sociale e, soprattutto, sfruttava la popolazione indigena. Mariátegui considerava il gamonalismo un sistema semi-feudale che ostacolava lo sviluppo del paese e alimentava la disuguaglianza sociale.

  3. Grandi proprietà terriere controllate da latifondisti. Si basano sullo sfruttamento del lavoro indigeno.

  4. Popolazione rurale del Perù, per lo più indigena.










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