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La determinazione a vivere libera

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 5 min

In memoria della martire Deniz Ciya.



Il 10 gennaio 2026 dei fascisti hanno gettato il corpo senza vita di una combattente da un edificio nei quartieri curdi di Aleppo. Ne hanno fatto un meme. Risate oscene. Ma non è di questo che voglio scrivere oggi. Voglio scrivere della combattente e della forza di una donna che non riusciranno mai a spezzare.


Il suo nome è Deniz Ciya. Un nome che non dovrà essere mai dimenticato. Per me raccontare la sua storia è qualcosa di prezioso. Abbiamo trascorso molti mesi insieme: abbiamo riso, ballato e cercato di comprendere come volevamo vivere insieme.


Il 10 gennaio 2026, a Sheikh Maqsoud, Şehid Deniz decise insieme ad altri quattro combattenti delle forze di sicurezza interne di diventare immortali piuttosto che cadere nelle mani del nemico. Difendendo i quartieri, combatterono fino all’ultimo proiettile. L’ultimo esplosivo lo conservarono per sé e lo usarono su se stessi pur di non cadere vivi nelle mani dei jihadisti. Come tutti i popoli della Siria del Nord e dell’Est, sanno bene cosa accade quando i jihadisti catturano qualcuno: mutilazioni, stupri, omicidi.


Şehid Deniz era la comandante di quell’unità. La sua azione e la sua persona sono ormai inseparabili dalla resistenza di Aleppo. Aveva soltanto diciannove anni, eppure non mi sorprende affatto che fosse una comandante. Se c’era qualcuno capace di incoraggiare tutti attorno a sé a dare sempre il massimo e a essere pienamente presenti, era lei, soprattutto quando si trattava di difendere la sua città, Aleppo, e la società in cui credeva.


Prima ancora di imbracciare un’arma, Deniz cantava e danzava nei gruppi artistici e culturali di Aleppo. Portava con sé questo amore per la musica ovunque andasse e lo condivideva con tutti noi. La ricordo seduta per ore con i suoi diari e la musica nelle orecchie. Oppure mentre alzava il volume e chiamava tutti per provare le danze tradizionali curde e arabe. Io spesso inciampavo più di quanto riuscissi a ballare accanto a lei, ma Deniz non smetteva mai di incoraggiarmi finché, alla fine, non imparavo per davvero.


Abbiamo trascorso molte notti sedute l’una accanto all’altra, guardando le stelle e condividendo i nostri pensieri. Quando per un periodo le provviste scarseggiavano molto nel luogo in cui ci trovavamo, condividemmo un diario: una pagina lei, una pagina io. Alla fine ce le leggevamo a vicenda. Lei scriveva quasi sempre dei suoi amici: di chi erano e di ciò che avevano vissuto. Non raccontava mai solo la propria storia, ma sempre anche quella degli altri; le lingue diverse, le vite diverse che ci avevano portati nella stessa lotta. Combattevamo insieme per un mondo pieno di diversità, quanta ce n'era tra di noi.


Şehid Deniz portava dentro di sé questa stessa diversità. Sua madre proveniva da Afrin, suo padre era arabo. Era cresciuta tra Aleppo e Damasco. Era orgogliosa delle sue radici curde e arabe ed era profondamente legata alla storia del suo paese e alla convivenza dei suoi popoli. Cresciuta in questa società così ricca e complessa, non si separava mai dagli altri: in modo del tutto naturale era parte inseparabile dell’insieme. La sua personalità racchiudeva un autentico internazionalismo. Instancabilmente traduceva tra lingue e tra persone. Quando iniziai a leggere il mio primo libro in curdo, lei si sedette accanto a me e mi spiegò con pazienza ogni parola sconosciuta.


Cantava canzoni di molte culture diverse. La sua preferita era “Berxwedan xweş doz e”, un canto sulla bellezza della resistenza nelle montagne del Kurdistan. Amava gli animali e la natura. Poteva restare seduta accanto al fuoco per ore. Quando un animale si avvicinava, tutta la sua attenzione era per lui. Osservandoli dimenticava il resto del mondo. Lei stava sempre dalla parte della vita.

Quando vedo le immagini degli abusi sul suo corpo senza vita che sono state diffuse, la crudeltà del fascismo mi sconvolge. Ma quando penso a lei continuo a vedere questa bellezza della vita.

È per questo che combatteva: per una vita libera.


I nomi che portiamo nella lotta rivoluzionaria hanno un significato speciale. Sono i nomi degli amici e amiche di cui portiamo avanti l’eredità. Şehid Deniz era cresciuta in una forte cultura della resistenza. Da bambina aveva incontrato una combattente del Kurdistan del Nord che portava il nome Deniz. Spesso raccontava delle profonde tracce che quell’amica aveva lasciato dietro di sé e di quanto la sua energia fosse contagiosa.


Şehid Deniz Kawyan Amad combatté contro ISIS a Shengal e divenne comandante di un’unità di donne yazide. Con quell’unità partecipò alla liberazione della città di Raqqa. Durante la difesa di Afrin dall’invasione dell’esercito turco diede la propria vita per il futuro del suo paese. La sua vita e la sua posizione in quelle ore difficili segnarono profondamente molte persone ad Afrin. Il dolore e la resistenza di Afrin sono incisi così profondamente nell’anima di questa terra che li si può percepire ovunque: in ogni momento, in ogni luogo, in ogni compagno. All’epoca Şehid Deniz Çiya era ancora una bambina, ma nel Rojava essere una figlia della guerra significa anche essere una figlia della resistenza, della rivoluzione. Come tanti altri amici molto giovani, portano avanti questa energia e la accendono in nuovi compagni.


Şehid Deniz Çiya divenne comandante in questa lotta per la sua terra, per la difesa di una vita libera. La sua energia trascina tutti noi, non verso mondi di sogno, bensì dentro il presente.

Sapeva dare sicurezza a chi le stava attorno e affrontava la lotta con tutto ciò che aveva; e non era mai sola: era sempre in relazione con gli altri.


Volevi onorare pienamente la tua amica Deniz Kawyan Amad. Ne parlavi sempre. Cara Şehid Deniz, lo hai fatto. Hai lasciato tracce profonde in tutti noi. In noi arde la rabbia per vendicare le atrocità commesse contro di te. Per noi sei un esempio di come creare legami e costruire ponti tra le persone. Continueremo la tua lotta. Non dimenticheremo mai te, la tua determinazione e i tuoi sogni.


Sentiamo la forza che ci trasmetti, la tua decisione di non voltarti mai dall’altra parte e di lottare sempre per la vita. Concludo con le tue ultime parole:


“I nemici, coloro che, con un’ideologia jihadista, rappresentano un grande pericolo per il mondo intero e per i popoli della regione, soprattutto per le donne, ci hanno circondati con carri armati pesanti. Un numero molto grande di bande ci sta attaccando. Finora abbiamo resistito in molti modi diversi, ma ora utilizziamo le munizioni con cautela affinché non si esauriscano. È necessario che tutti i nostri amici e il nostro popolo sappiano che combatteremo fino all’ultimo respiro, qualunque cosa accada. Ci stanno chiedendo di arrenderci, ma così come Zarîfe e Besêyan si gettarono dalle scogliere di Dersim, come Rindêxan pose fine alla sua vita sul ponte di Malabadi dando significato alla vita, anche noi non faremo mai un passo indietro dalla resistenza. Ora ognuno di noi ha con sé una bomba. Se sapremo che le nostre ultime munizioni sono esaurite, noi, cinque compagni insieme, compiremo un’azione di sacrificio contro il nemico occupante che ha commesso ogni genere di atrocità contro il nostro popolo, i nostri compagni e le nostre compagne. Qualunque cosa accada, nulla è più importante che proteggere l’onore del nostro popolo. Chi non affronta la morte nel momento decisivo non può diventare il respiro di una vita libera.”


Şehid namirin — le martiri sono immortali.

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