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Questione meridionale e confederalismo democratico

  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di un lettore su questione meridionale e confederalismo democratico. Non si tratta di un'analisi esaustiva, ma di un primo passo per aprire un dibattito sul tema e sviluppare teoria rivoluzionaria sulla base della nostra storia. Per questo motivo invitiamo chi ci legge a inviarci eventuali risposte, elaborazioni, approfondimenti, critiche, che potranno essere pubblicate sul nostro sito.



La questione meridionale rappresenta di per sé la più grande contraddizione dello Stato-nazione italiano. Alla sua radice si trova la mentalità e la pratica stataliste, basata su centralismo e annullamento delle diversità, nella forma dello stato-nazione italiano, ma anche delle forme di potere del Meridione.


La risoluzione della questione meridionale italiana necessita di una sua organizzazione politica specifica. Qualunque soluzione politica calata dall'alto dallo Stato si è rivelata infruttuosa e controproducente, anche perché in sostanziale disaccordo con quelle che sono le più intime aspirazioni delle nostre popolazioni. Lo stesso socialismo ufficiale italiano si è rivelato fortemente corporativo e settentrionale, puntando all'organizzazione dei lavoratori delle fabbriche del nord ma mancando rispetto all'offrire un'alternativa al sistema capitalista per il Sud Italia, legata alla vita rurale e basata sui valori della terra.


Per trovare una soluzione alla questione meridionale è necessario comprendere la storia del meridione, in particolare la storia della sua vita comunale, della società che si auto-organizza, e al tempo stesso essere consapevoli degli attacchi che ha vissuto. La nostra storia comune, sebbene nella pluralità di identità, di popolazioni, di momenti storici differenti, ha avuto diversi momenti di resistenza popolare e diffusa al potere. Nell'antichità durante le cosiddette guerre sannitiche e guerra sociale, i Sanniti prima e i popoli italici poi, lottarono contro Roma e la sua repubblica, prima per la libertà e contro la colonizzazione, poi contro l'assimilazione. In epoca moderna la lotta di coloro i quali furono definiti "briganti" contro l'invasione francese prima e contro quella piemontese poi (lotta dagli aspetti politici e sociali mai del tutto sinceramente indagati, anche dalla sinistra di questo paese) e la resistenza al nazifascismo che al Sud fu sia armata che "umanitaria", largamente taciuta dalla ricostruzione ufficiale della resistenza.


In connessione alla nostra storia, la risoluzione della questione meridionale è per me rappresentata dall'attuazione delle condizioni che neghino il bisogno migratorio delle nostre popolazioni cominciato con la guerra per l'unità italiana nel 1860 e mai arrestatosi veramente, il benessere e la prosperità della società, la piena consapevolezza culturale e il poter vivere la vita nelle modalità e nei valori che ci accomunano e ci contraddistinguono, senza per questo essere derisi, stigmatizzati o repressi da un'autorità statale che ha fatto della repressione linguistica, della manipolazione della nostra storia pre-unitaria, della crescente militarizzazione dei territori, della lotta alle manifestazioni di folklore popolare non immediatamente assimilabili e commercializzabili un suo tratto distintivo.

Lo scopo di un'organizzazione politica per la risoluzione della questione meridionale deve essere la cessazione del genocidio culturale operato dallo stato italiano dal 1860 a questa parte.


A mio avviso tutti questi obiettivi sono risolvibili in una prospettiva socialista del XXI secolo.


L'idea di confederalismo democratico formulata dal compagno Abdullah Öcalan proveniente dal Medio Oriente e non eurocentrica può fornirci la più utile "cassetta degli attrezzi" per l'agire politico nel nostro Meridione, per certi versi un "occidente così poco occidentalizzato", in cui capitalismo e liberalismo hanno tardato ad arrivare, intaccando meno la cultura dell'unione, comunale e ricca di valori, che ha la forza di opporsi alla proposta di vita iperindividualista della modernità capitalista. Così come elementi di economia e mentalità feudale, di carattere oppressivo, sono sopravvissuti fino ad oggi al Sud Italia, anche ciò che della tradizione presenta un carattere emancipatorio e che tende alla libertà, resiste con forza agli attacchi del capitalismo.


Porre al centro del nostro discorso politico un'economia cooperativista, una società ecologica e femminista (quindi un paradigma non statalista) può rappresentare il tracciamento di un percorso che si confà maggiormente alla nostra specifica realtà storica e culturale. Il modello politico di autogoverno confederale, il lavoro cooperativo e il villaggio (o il quartiere) come molecola costitutiva della società nella quale costruire la democrazia diretta, possono essere la chiave di volta per uscire dall'impasse nella quale è entrata la sinistra sui nostri territori e la grave crisi (il caos post-globalizzazione) che va acuendosi al Sud, tra spopolamento, emigrazione e criminalità diffusa.


Un'organizzazione che voglia adottare questa analisi, dovrebbe farsi carico de:


- La rivendicazione di difesa delle nostre lingue e tradizioni. Lingue nelle quali la maggior parte dei meridionali dice le prime parole. Questa dovrebbe essere una battaglia storica di questa organizzazione. Il riconoscimento ufficiale delle differenze e della ricchezza linguistica italiana e l'insegnamento di queste nelle scuole, in linea con il principio di unione nelle differenze e in contrapposizione con l'ideologia dello stato-nazione di "una lingua, una bandiera un popolo".


- la condizione delle singole specificità storiche e sociali, come ad esempio la città di Napoli con la propria tradizione letteria, drammaturgica, musicale, che la rendono culturamente viva e distinta.

- la creazione di un movimento di massa, popolare, trasversale alla città così come alla campagna, alle aree interne montane, che generi armonia tra umano e natura attraverso un cambiamento sociale che superi la mentalità che ha permesso la devastazione della nostra terra in nome di un immediato tornaconto economico.


- la campagna contro l'arruolamento sia nelle fila delle forze armate statali (per quasi il 70% composte da meridionali), che in quelle delle mafie, che non rappresentano affatto l"antistato" come erroneamente propagandato dal sistema, ma lo strano innesto di residuati della società gerarchica sull'albero del capitalismo più rapace.


- offrire ai nostri conterranei, alle nostre genti, ai nostri giovani, un nuovo sogno, un nuovo modello di vita sensata da vivere, una nuova utopia da costruire e per cui battersi.


Al netto degli ultimi deliri della borghesia settentrionale chiamati sfacciatamente "autonomia", forse si sta aprendo l'ultima occasione storica per la ripresa della battaglia meridionalista, e per la penetrazione dell'alternativa antisistema al capitalismo nel Sud. Io su questo treno vorrei salirci.


Preso atto del merito storico di un coacervo di individualità e di movimenti culturali che hanno contribuito a ridare lustro e ad accendere una luce sul nostro passato, che più si avvicinassero al vero (e per questo tacciati di revisionismo e apostrofati come neoborbonici) è nostro compito come forze alternative al sistema non dissipare questo grande potenziale di lotta, lasciandolo nelle mani dei movimenti di marcato stampo reazionario quali nostalgici della monarchia o cripto-fascisti, che hanno tutto da guadagnare dalla situazione di incertezza politica e di sfiducia verso il sistema.


Per chi ancora sostiene modelli di socialismo reale fallimentari, basati su statalismo e burocrazia, provo sempre il massimo rispetto, sono parte della nostra storia, ma continuare a perseverare negli errori non fa altro che consegnare le masse alla reazione e al nazionalismo sciovinista.


Cominciamo a ripensare alla nostra Utopia, depurati da ogni tipo di dogmatismo.



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