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Internazionalismo significa andare oltre i confini

  • 8 giu
  • Tempo di lettura: 6 min

Intervista a Zîlan, una giovane donna curda, sulla sua partecipazione alla People's Caravan to defend Humanity e alle Thousand Madleens to Gaza


Abbiamo appena ascoltato i resoconti delle torture e degli stupri inflitti agli attivisti e alle attiviste della Global Sumud Flotilla dalle milizie fasciste israeliane; nel mentre leggiamo dei 10 attivisti del “Global Sumud Land Convoy”, scomparsi in Libia da 3 giorni, a seguito di negoziati con i militari del regime di Haftar che avrebbe consentito loro di attraversare la Libia orientale e così continuare il proprio viaggio verso la Palestina.


Questi coraggiosi atti di solidarietà non nascono dal nulla: essi sono parte di un più ampio contesto di costante mobilitazione globale.


Nel settembre 2025 la prima grande flottiglia stava salpando verso Gaza, e il suo blocco illegale da parte dello Stato d’Israele provocò proteste diffuse su una scala inedita in Europa da anni ormai.


Nel gennaio 2026 persone curde e internazionaliste divennero parte dell’onda di solidarietà internazionale che sta caratterizzando il nostro tempo. Circa 100 persone, la “People's Caravan in Defence of Humanity”, partirono per il Rojava per rompere l’assedio imposto dallo Stato turco e dal Governo di Transizione Siriano sulla città di Kobane; un simbolo regionale della lotta di liberazione contro le forze dello Stato Islamico. Le 30 persone che riuscirono a raggiungere la città di Pirsus/Suruc, a pochi chilometri da Kobane, hanno riportato violenze da parte della polizia turca dopo il loro rimpatrio.


Cosa spinge queste persone ad agire? Cosa significa internazionalismo? Qual è il valore di questi atti di coraggio e resistenza che non si piegano alla violenza di Stato?


Abbiamo posto questi quesiti a Zozan, una giovane donna curda che prese parte alla Caravan of Peoples verso Kobane a gennaio, avendo già salpato verso Gaza mesi prima con la flotta dell’organizzazione “Thousand Madleens to Gaza”.




Com’è stata l’esperienza con la “People’s Caravan to Defend Humanity”? Qual è stato il suo significato?


Abbiamo iniziato la “People’s Caravan to Defend Humanity” a causa degli attacchi contro il Rojava del Governo di Transizione Siriano insieme alla Turchia e del blocco degli aiuti. Volevamo rompere l’assedio di Kobane e far sapere alle persone della città che non sono sole. Che noi, persone che viviamo in Europa, siamo con loro.


Le persone che si sono unite alla carovana venivano da Italia, Francia, Austria, Siria, Grecia, Irlanda, Inghilterra, Danimarca… alla fine dei nostri 5 giorni di viaggio, al confine con la Turchia, eravamo in 120. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo di rompere l’assedio, dato che siamo arrivati nel Kurdistan del Nord. Lì eravamo con le persone di Pirsûs (1), con il partito DEM (2) e l’HDK (3).


Un accordo è stato raggiunto tra il Rojava e il Governo di Transizione Siriano; in questo senso è stato un successo. La carovana è stata parte di qualcosa d’immenso. Le persone del Kurdistan del Nord hanno iniziato prima di noi ad andare verso il Rojava. In Europa, Canada e USA le persone erano in strada ogni giorno. Abbiamo fatto parte di tutto ciò.


Quando sei arrivata al confine con Kobane, che cosa hai sentito dai compagni curdi? Che conversazioni avete avuto?


Siamo arrivati a Pirsûs, a solo 7 km da Kobane. Non siamo riusciti ad arrivare a Kobane, ma ciò non significa che abbiamo fallito. Mentre parlavamo con il partito DEM, l’HDK e con le persone di Pirsûs, un amico ci ha detto che stavano manifestando e organizzando conferenze stampa ogni giorno. Stavano iniziando a sentire come se le loro voci stessero scemando. La carovana gli ha ridato forza alla voce. La loro motivazione e morale sono cresciuti.


Ha avuto questo effetto perché ha dimostrato che non si tratta solo del popolo curdo. Non si tratta solo della questione curda, ma di come vogliamo vivere. Gli attacchi erano contro la vita comunalista, contro una vita libera per le donne.


Nonostante la proposta dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est avesse come principio di base quello di una vita comune e condivisa, una coesistenza tra popoli e culture, i media mainstream dipingono costantemente questi conflitti come se si basassero sulla nazionalità: conflitti tra curdi e arabi o con turchi. Come rispondi a questa narrativa nazionalista?


È una buona domanda. Questo meccanismo è ora presente anche in Iran, con i media mainstream che pongono persiani e curdi gli uni contro gli altri. È stato lo stesso quando l’attacco dell’HTS (4) contro il Rojava è iniziato. Esso è stato rappresentato come un conflitto tra arabi e curdi. Quello che vedo è che molti Stati che vogliono ottenere influenza nel Medio Oriente, o Asia Occidentale, come Israele, USA e Inghilterra, tentano di esacerbare i conflitti tramite il nazionalismo.


Ma se vediamo alla realtà del Medio Oriente, osserviamo come da più di 12.000 anni abbiamo tutti e tutte convissuto assieme, in tutti i territori che successivamente divennero Stati-nazione: persiani, curdi, arabi, assiri, drusi, beluci in Iran, Turchia e Kurdistan. Convivevamo assieme. Non abbiamo creato noi gli Stati che ora separano il Medio Oriente. Le forze imperialiste lo fecero.


L’obiettivo della narrativa nazionalista è quello di permettere alle forze imperialiste di approfittarsi dei popoli del Medio Oriente tramite la creazione di odio fra loro e di un pensiero polarizzato. Per quanto riguarda il regime iraniano, gli USA vogliono presentarsi come l’eroe che porta la libertà all’Iran, ma non abbiamo solo le alternative di diventare come gli Stati occidentali o di avere una monarchia. Vi è anche una terza via di vita, basata sulla democrazia radicale, senza Stati che ci dicano in che modo dobbiamo vivere. Questo può essere raggiunto attraverso una vita comunalista insieme, in cui le donne siano libere e dove diverse società e gruppi etnici possano coesistere nella diversità ma uniti.


I piani delle forze imperialiste per il Medio Oriente mostrano chiaramente il bisogno per una connessione fra i popoli della regione e del mondo. Puoi dirci di più rispetto alla tua partecipazione all’iniziativa di “Thousand Madleens To Gaza” a settembre? Cosa ti ha motivato a partecipare?


Ciò che mi ha motivato era il mostrare a tutti i popoli della terra e agli Stati imperialisti che anche se tentano di spezzarci con la loro mentalità genocida, loro non possono. Loro non possono spezzare la solidarietà internazionalista che è in noi. Anche se tentano di rendere il Medio Oriente qualcosa per loro stessi, essi non possono riuscirci. Perché loro non tengono conto del popolo, che con il proprio libero arbitrio si è unito alla “Thousand Madleens” o alla “People's Caravan”.


Inoltre, ha a che vedere con la mia identità in quanto giovane donna curda. In ogni guerra e genocidio noi, in quanto donne, siamo il primo bersaglio. Volevo mostrare che, in quanto donne, dobbiamo unirci ad azioni come questa. Non possiamo dire “dato che vivo in Germania non ha niente a che vedere con me se una donna viene uccisa a Gaza o a Kobane”. Se un’altra donna è uccisa a Gaza o Kobane anche una parte di me viene uccisa. Questo è ciò che mi motiva.


Puoi aggiungere altro su cosa l’internazionalismo significhi per te?


Ciò che impariamo dalla storia è che, in un certo senso, l’internazionalismo è sempre esistito. Popoli che si spostano da un luogo all’altro sono sempre esistiti. Possiamo vedere come l’internazionalismo non sia solo mostrare solidarietà, ma essere un tutt’uno con gli altri, essere con le persone che abitano la terra; nel senso di oltrepassare il pensiero dei confini e vedere tutte le lotte in un’unità.


Per me significa anche creare un Confederalismo Globale delle Donne, o potremmo dire una Vita Comunalista Globale delle Donne (5). In quanto internazionalista non sono solo solidale con le altre donne, ma voglio essere un’unità con loro.


Per concludere, hai un messaggio per la gioventù del mondo in quest’epoca di crisi?


Voi siete la speranza del mondo e avete uno dei ruoli più importanti in esso; e in quanto giovani donne, noi abbiamo una missione ancora più grande nell’aprire la strada al cambiamento. La speranza che sta crescendo non può essere distrutta. Prendete forza dalle azioni che abbiamo intrapreso tutte e tutti assieme. Tramite queste azioni siamo già nel processo di costruzione di una vita comunalista assieme, tra tutti i popoli.


Note 1.  Suruc in turco.

2. il Partito dell'Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (partito DEM) è un partito legale in Turchia che rappresenta le idee del Movimento di Liberazione del Kurdistan a livello istituzionale.

3. Il Congresso Democratico dei Popoli (HDK) è un’organizzazione ombrello che riunisce numerosi gruppi connessi alle idee del Movimento di Liberazione del Kurdistan o che sono a favore di una democratizzazione della politica in Turchia.

4 Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), è un’organizzazione islamista sunnita che ha preso il potere in Siria nel novembre 2024.

5 La comune, secondo la visione del Movimento di Liberazione del Kurdistan, è l’unità fondamentale di organizzazione popolare e di democrazia radicale. La sua rinascita è un passo fondamentale nella lotta contro la Modernità Capitalista.

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