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Una Comune di Parigi contemporanea

  • 10 lug
  • Tempo di lettura: 6 min

Come la gioventù del Bakur si è sollevata in difesa della vita comunitaria


Di Marcos Pacheco





Fuochi d’artificio illuminano il cielo di rosso, verde e giallo per tutta la notte. Nelle strade sono stati accesi falò ovunque e persone di tutte le età si sono riunite attorno ad essi. Molte danzano in cerchio intorno ai fuochi al ritmo della roboante musica diffusa dagli altoparlanti. Ogni volta che la musica si interrompe, la gioventù intona con potenti voci i canti, che vengono subito ripresi dal resto della gente.


La più grande concentrazione si trova nella «Mala Gel», la Casa del Popolo, inaugurata di recente. Ma gli abitanti del quartiere la chiamano scherzosamente la «Casa di Dio», poiché, come una moschea, è sempre piena e chiunque entra ed esce liberamente. Nel frattempo, tutte le sedi delle istituzioni dello Stato e dei partiti politici restano quasi completamente chiuse. Qui, invece, si viene per risolvere i propri problemi, organizzarsi e darsi una mano. È diventata il nuovo cuore della città, dove si sta ridefinendo il significato di parole come politica, democrazia e comunità.


Nonostante il rumore e l’intensa attività, non si vede nemmeno un poliziotto. Nessuno di loro oserebbe avvicinarsi senza il supporto di una grande operazione militare. Al loro posto, gruppi di giovani del quartiere, ragazze e ragazzi, si alternano nei turni di guardia dietro le barricate erette lungo le strade principali. Hanno il volto coperto da fazzoletti per proteggere la propria identità, ma l’entusiasmo e la determinazione si percepiscono anche attraverso di essi. Le anziane del quartiere portano loro cibo regolarmente e tutte le altre aprono le porte delle proprie case affinché possano dormire e riposare quando necessario.


Più tardi, quella stessa notte, la gioventù si riunisce e forma un’unica, enorme colonna che sfila per la città. Man mano che avanza, diverse arterie principali vengono completamente occupate e bloccate al traffico. Portano pietre e molotov, che lanciano contro qualsiasi veicolo della polizia che osi avvicinarsi. Altri fuochi d’artificio esplodono sopra le loro teste mentre un’energia elettrica sembra diffondersi da corpo a corpo. Nei mesi successivi, molti e molte di loro cadranno in combattimento o saranno imprigionati nelle carceri inumane dello Stato turco. Ma questa notte le strade sono loro: alla gioventù audace, che porta con sé il sogno di tutte le generazioni precedenti. Questa notte questo è il loro quartiere; questa la loro città e la loro terra.


Una decade dopo, si sentono ancora i riverberi della lotta in Bakur

È il 15 agosto 2015 nella città di Cizre, nel cuore del Botan, una delle regioni a maggioranza curda oggi considerate parte dello Stato turco. Solo pochi giorni prima, la popolazione della città, insieme a centri come Şirnexê, Amed e Nisêbîn, aveva annunciato il proprio autogoverno autonomo. Ciò avvenne dopo anni di negoziati con lo Stato turco che non portarono a una soluzione pacifica. Le trattative si interruppero quando il governo abbandonò il tavolo e riprese gli attacchi militari. Sebbene le città curde non intendessero separarsi dalla Turchia, con questa decisione dichiaravano di non riconoscere più l’autorità dello Stato nel determinare il loro destino e di voler riprendere il controllo delle proprie vite. Questa iniziativa non nacque dal nulla, fu il risultato di anni di preparazione e organizzazione, accompagnati da una profonda trasformazione ideologica nel Movimento di Liberazione del Kurdistan.


Dalla fine del XX secolo, il movimento si è progressivamente allontanato dalle sue origini marxista-leniniste e dalla strategia di liberazione nazionale, adottando quella del «socialismo della società democratica». Ispirato agli scritti del leader curdo e prigioniero politico Abdullah Öcalan, non mira più a “conquistare lo Stato” né ad attendere che questo accolga le proprie rivendicazioni; ma nemmeno cerca di distruggerlo immediatamente. Si concentra piuttosto sull’organizzazione della società al di fuori dello Stato, sviluppando la capacità collettiva di autogestirsi e permettendo alle persone di decidere sulle proprie vite e risolvere i problemi insieme. L’interazione con le istituzioni statali continua, ma solo quando essa consente di ampliare lo spazio per l’auto-organizzazione sociale.


La costruzione del sistema comunale

Nel Bakur (la parte settentrionale del Kurdistan all’interno dei confini turchi), questo processo ha avuto inizio nel 2009 con la creazione di consigli a livello di quartiere, distretto e città, e con la fondazione di comuni nei villaggi. In queste strutture la popolazione decideva come organizzare la vita e collaborava con rappresentanti di organizzazioni politiche e della società civile per realizzare tali decisioni. Il lavoro era suddiviso in diversi comitati, incaricati di questioni sociali, politiche e ideologiche, oltre che di ambiti come giustizia e diplomazia. Parallelamente, sono nate numerose iniziative per rispondere ai bisogni della società: cooperative di lavoro, progetti artistici ed educativi, e organizzazioni autonome di donne e gioventù, e molte altre.


Poiché la liberazione delle donne è un principio centrale del movimento, sono state promosse iniziative per garantire una partecipazione e un potere decisionale paritari. Questo è stato uno dei principali successi. È stato introdotto il sistema di co-presidenza tra un uomo e una donna. Allo stesso tempo, le strutture autonome delle donne hanno creato spazi per sviluppare prospettive proprie e costruire potere indipendentemente dall’influenza maschile. Ciò ha rafforzato la capacità delle donne di intervenire nelle strutture miste, esprimersi e articolare collettivamente le proprie posizioni.


Nonostante la forte repressione statale abbia ostacolato il processo, i risultati sono evidenti: una parte significativa della popolazione è diventata attiva politicamente e socialmente nella vita collettiva. Ogni volta che la polizia entrava nei quartieri, la notizia si diffondeva rapidamente e la popolazione si mobilitava per affrontarla. Ogni volta che una struttura veniva perquisita e le responsabili arrestate, il giorno seguente altre persone la riaprivano e ne proseguivano l’attività. Molti si aspettavano di finire in prigione prima o poi e per questo si organizzavano anche lì, trasformando le carceri in spazi di formazione politica.


Una delle principali fonti di energia e dinamismo di questo processo è stato il movimento giovanile. Sebbene sia spesso conosciuto per il suo ruolo nelle proteste, ha avuto anche un ruolo centrale nell’organizzazione di attività per la rinascita della cultura curda repressa, nel contrasto alle attività di trafficanti e bande criminali nei quartieri, e nella formazione politica. La gioventù disponeva di consigli autonomi propri, ma partecipava anche ai consigli generali per promuovere cambiamenti radicali ed espandere la rivoluzione.


La comune di Parigi contemporanea

Per spegnere la feroce resistenza della gioventù curda, lo Stato inviò l’esercito nelle città, distruggendo interi quartieri con bombardamenti e carri armati. Nonostante ciò, parte della gioventù continuò a resistere, riuscendo a sostenere la lotta per mesi sotto attacchi incessanti. Sebbene ciò abbia rappresentato un duro colpo per l’auto-organizzazione sociale, l’esempio di figure come Şehîd Çiyager Hêvî, Şehîd Faraşîn Sidar e molte altre cadute in questa lotta continua oggi a ispirare una nuova generazione a proseguirla.


Anche se questa fase della lotta si è conclusa, ciò che è avvenuto nel Kurdistan del Nord rappresenta un’esperienza di autogoverno popolare su una scala senza precedenti nel XXI secolo. Diversamente dalla rivoluzione del Rojava, avvenuta tre anni prima, il contesto del Bakur era distinto, dato che lo Stato turco non era crollato come in Siria; eppure, il movimento è riuscito a eroderne lentamente la legittimità attraverso oltre quarant’anni di organizzazione e, soprattutto, a costruire un’alternativa concreta. Ha dimostrato che questo modello può funzionare anche in un contesto moderno.


Così come il movimento curdo nacque da piccoli gruppi di studenti e studentesse che univano profondità ideologica e militanza giovanile, così le lotte sociali del XXI secolo sono state caratterizzate da grandi mobilitazioni della gioventù nei momenti di crisi. Non sono più limitate alle fabbriche, ma si sviluppano nello spazio pubblico, nelle piazze e nelle città. Tuttavia, resta aperta la domanda: e adesso? Come trasformare queste esplosioni temporanee in un cambiamento duraturo?


È qui che l’esperienza del Bakur può indicare una direzione. Mentre molti movimenti restano bloccati tra la necessità di ottenere risultati concreti e la difficoltà di affrontare la violenza statale senza compromettere i propri ideali, la gioventù del Bakur è riuscita a uscire da questo stallo. Pur non avendo superato tutte le sfide, ciò che è stato realizzato dimostra che questo percorso può offrire una prospettiva alla generazione attuale in cerca di orientamento in un mondo in crisi.


Oggi la lotta continua in Bakur e in tutte le parti del Kurdistan. Ogni sacrificio costituisce la base per nuovi sviluppi teorici e pratici che si diffondono ovunque. Così come la Comune di Parigi inaugurò il periodo del socialismo “classico”, fino alla caduta dell’Unione Sovietica, anche la “Comune del Bakur” e la rivoluzione del Rojava hanno aperto la strada a un nuovo socialismo nel XXI secolo: un socialismo guidato dalle donne e dalla gioventù militante di tutto il mondo, che si espande ovunque esse vadano.

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