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Voci dalla Marcia per la Libertà


Dal Comitato Lêgerîn di Torino


In Italia il 25 aprile si festeggia la Liberazione dal nazifascismo, il giorno in cui 79 anni fa il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale, portando, nei giorni seguenti, alla liberazione dei territori del Nord e Centro Italia da parte dei e delle partigiane in concerto con la popolazione insorgente. In molti casi la liberazione di un territorio da parte delle brigate partigiane fu seguita dalla formazione di Zone Libere, o Repubbliche Partigiane. Si trattava di esperienze di autogoverno della popolazione molto variegate ma unite dalla volontà di costruire un assetto politico alternativo, non centralizzato e democratico, attraverso la presa di coscienza politica della popolazione e l’impegno nell’organizzare insieme la vita. Gian Carlo Pajetta, partigiano comunista, parla delle esperienze repubblicane in questi termini: “Una zona è davvero libera se, in stretta collaborazione con i partigiani, le popolazioni si governano in modo che ognuno sia cosciente collaboratore, che ognuno abbia la sua parte di responsabilità, che ognuno possa intervenire ad esprimere la propria opinione e a realizzare il proprio controllo sulle misure da prendersi.” Con parole semplici ma dirette, un partecipante alla Repubblica di Montefiorino descrive così la vita nella Zona Libera: “si viveva in un ambiente amicale di grande fiducia, amicizia reciproca, che ci configura il tempo di Montefiorino come uno splendido periodo della nostra gioventù”.


La Resistenza e la Liberazione sono momenti della nostra Storia in cui moltissime/i giovani vedevano all’orizzonte una luce di speranza per il futuro, la spinta verso un cambiamento reale. Spinta tanto forte da non poter essere completamente esaurita dalla restaurazione del potere centrale, e che infatti ispirò negli anni, e ancora oggi ispira, l’azione politica di tante e tanti italiani.


L’iniziativa "Sui Passi della Resistenza, Marcia per la Libertà", una due giorni di camminate, letture e seminari sulla Resistenza tra la Val Pellice e la Val di Susa, parte dalla volontà di giovani di Torino e delle valli circostanti di ricordare e cogliere lo spirito dei e delle giovani partigiane che combatterono per la libertà. Ci ha mosso la necessità di iniziare a comprendere più a fondo la nostra Storia, di farne una lettura che vada al di là della fredda immobilità del tempo passato, a cui viene spesso relegata da celebrazioni di rito. Riconosciamo che la Resistenza non è un fatto del passato, e che le esperienze, la speranza, la gioia di chi ha lottato sono dentro di noi e possono trovare espressione nel nostro presente.

Il 20 aprile ci siamo messe in marcia sui sentieri della Val Pellice. Ci siamo fermati spesso a leggere le targhe commemorative lungo il sentiero, per raccontare e ricordare le storie dei e delle martiri della Resistenza. Risalendo il fiume delle forze che nella Storia hanno resistito al potere centrale abbiamo incontrato i Valdesi, e la loro lotta di autodifesa dal ducato di Savoia. Spingendoci ancora un po’ più indietro abbiamo trovato la caccia alle streghe. Abbiamo analizzato il furto del sapere delle donne attraverso la scienza medica e la mentalità positivista, e, spostandoci avanti e indietro lungo la sponda di questo ampio fiume, abbiamo ascoltato le storie delle giovani partigiane. 


Queste storie mostrano come le giovani donne che presero parte alla Resistenza abbiano alzato la testa di fronte a una cultura dominante e una pressione sociale che congiuravano per tenerle rinchiuse in casa. Sin da bambine l'ingiustizia sociale era dettata dalla mentalità patriarcale che garantiva la precedenza per la formazione scolastica ai maschi della famiglia. Molte partigiane raccontarono anni dopo come quella sensazione di ingiustizia, vissuta sin dall’infanzia, abbia agito come un fuoco che brucia dentro per tutta la vita, e sia stata, nell'ora decisiva, la spinta a scegliere la Resistenza. Perché avevano compreso di meritare qualcosa di più e di meglio di ciò che la società, la chiesa, i datori di lavoro volevano far loro credere. Sapevano che un altro mondo e un'altra vita erano possibili, anche per donne povere e senza istruzione come alcune di loro. 

“Sono qui per avvicinarmi ai racconti delle donne e degli uomini che hanno fatto la Resistenza, a come l’hanno fatta. E’ importante capire che erano persone come tutte e tutti noi, e che c’è la possibilità di cambiare le cose” ci dice Martina, spiegandoci come mai ha deciso di partecipare all'iniziativa. Sorride piena di speranza. Martina è qui per riallacciarsi a quel passato che tutte noi ci portiamo dentro, e con cui una persona nata in Italia spesso ancora ha un legame diretto, attraverso racconti dei parenti che quel periodo l’hanno vissuto. Un’altra giovane donna mi racconta della liberazione delle Valli di Lanzo e di come sua nonna offrisse cibo e riparo ai e alle partigiane. Gesti di supporto, diffusi nella società e fondamentali per far vivere la lotta armata, in cui le donne ebbero un ruolo fondamentale.

Il giorno seguente ci siamo spostate in Val di Susa, una valle oggi conosciuta in tutta Italia per la sua resistenza decennale al TAV (Treno ad Alta Velocità), grande opera ecocida imposta dallo Stato italiano a danno della popolazione valligiana. La marcia è stata scandita da cori in tante lingue diverse, dallo sventolare della bandiera NOTAV accompagnata dalla bandiera antifascista internazionalista, la bandiera palestinese e la bandiera per la Liberazione di Abdullah Öcalan. Lo spirito internazionalista della marcia è emerso ancora di più attraverso la lettura delle ultime lettere di giovani partigiane/i internazionalisti. Allora, come oggi, la lotta per la libertà non conosceva confini. In diversi momenti della giornata abbiamo sottolineato la centralità di questa prospettiva oggi in relazione a ciò che sta avvenendo in Medio Oriente, in Palestina e in Kurdistan, e la necessità di unirci nella lotta per contrastare il vento di guerra che ormai spira anche in Europa. Camminando per quei sentieri ci siamo chieste, cosa significa, oggi, resistere? Lo spirito internazionalista della marcia, l’importanza del ruolo delle donne e dei giovani, la bandiera per la Liberazione di Öcalan che apriva il cammino, ci danno indizi su quale sia la risposta, illuminando la nostra strada. 

Siamo qui "per continuare a lottare tutti i giorni contro tutte le ingiustizie, partendo dalla Storia della nostra terra, che è più vicina a noi di quanto ci immaginiamo" dice Lorenzo. “E’ importantissimo avere memoria, l’indifferenza opera nei momenti più bui della storia. Io sono qui per questo oggi, per non essere indifferente. Prendere parte a quest’iniziativa è un inizio”. 


Siamo d’accordo con Lorenzo, questo è il principio di un cammino, e ciò che ora abbiamo nel cuore deve essere preservato e difeso nel ritorno alla quotidianità e alle nostre lotte. Prendendo in prestito le parole di Martina, è fondamentale che sia “un momento importante ma non chiuso su sé stesso.” Ci impegneremo perché non lo sia, perché questa marcia gioiosa attraverso il ricordo del passato ci faccia guadagnare una spinta per il presente.


Sono state due giornate intense, e le ore, piene di significato, sono passate veloci e al tempo stesso lente. C’è stato tempo per conoscerci, stringere legami, ma anche per riflettere, leggere, sforzarci di capire. E’ stato un primo tentativo di leggere la nostra Storia, la Storia della Resistenza, con occhi diversi. Di avvicinarci di più alla sua realtà e di comprendere ciò che rappresenta per noi oggi. Abbiamo fatto un passo, consapevoli che sarà una lunga marcia, pronte per intraprenderla. 


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